8.500 voli cancellati in tre giorni: le operazioni militari in Iran hanno provocato la chiusura dello spazio aereo in Medioriente. Le ripercussioni sul traffico aereo proveniente dall’Asia e dall’area mediorientale stessa sono state pesanti: nel momento in cui stiamo scrivendo, sono molti gli aeroporti chiusi nell’area del Golfo Persico. Inevitabilmente, i titoli di molte compagnie aeree, anche di quelle non rimaste a terra e non coinvolte direttamente, hanno avuto un contraccolpo pesante in Borsa. Non sono solo le perdite immediate – dai rimborsi ai passeggeri ai costi di legati alla riprogrammazione di migliaia di persone bloccate oggi lontano da casa – ma è il timore di costi più elevati da sostenere per un periodo più lungo, sia legati a un’impennata del prezzo del carburante, sia per la necessità di percorrere rotte più lunghe, che permettano di evitare le zone di operazioni militari.
Chi perde e chi può vincere (forse)
Posto che prevedere il futuro non ci è ancora fattibile, ma è possibile fare delle previsioni.
Il blocco dello spazio aereo conseguente all’escalation tra Stati Uniti, Israele e Iran penalizza soprattutto le compagnie del Golfo come Emirates, Qatar Airways ed Etihad, che basano il proprio modello sugli hub di Dubai, Doha e Abu Dhabi e sul traffico di collegamento tra Europa, Asia e Africa: cancellazioni, deviazioni e minori transiti incidono direttamente sui ricavi e sui margini.
Potrebbero subire contraccolpi anche grandi vettori intercontinentali come Lufthansa, Air France-KLM o British Airways, costretti ad allungare le rotte verso l’Asia con maggior consumo di carburante e minore redditività per volo, così come compagnie statunitensi quali Delta o United sulle tratte più lunghe.
A poterne trarre un vantaggio relativo potrebbero essere, invece, vettori meno esposti al lungo raggio e più concentrati su mercati interni o regionali, come Ryanair o Southwest Airlines, che risentono in misura minore delle chiusure nell’area mediorientale. Possono inoltre intercettare parte del traffico deviato compagnie che fungono da hub alternativi, come Turkish Airlines, grazie alla posizione geografica della Turchia lungo corridoi di collegamento tra Europa e Asia.
In sintesi, a perdere saranno gli operatori maggiormente dipendenti dalle rotte che attraversano l’area di crisi, mentre potrebbero guadagnare, in modo soprattutto temporaneo, i vettori meno esposti o in grado di offrire soluzioni alternative.
Gli impatti su United Airlines e il punto sul consiglio
United Airlines (103,21 Usd al 2/03/2026; Isin US9100471096) è esposta al traffico mediorientale, ma in misura contenuta rispetto ai grandi vettori del Golfo o ad alcune compagnie europee fortemente integrate nelle rotte che attraversano l’area. Il suo modello non si basa su hub nel Medio Oriente, come avviene per Emirates o Qatar Airways, né utilizza la regione come piattaforma sistematica di collegamento tra Europa e Asia. L’esposizione diretta riguarda soprattutto i collegamenti tra Stati Uniti e Israele, in particolare verso Tel Aviv, che rappresentano il principale punto di contatto operativo con l’area. Inoltre, la compagnia dispone di una rete a lungo raggio verso l’India e l’Asia meridionale che può risentire di eventuali chiusure o restrizioni dello spazio aereo mediorientale, con possibili allungamenti delle rotte e incremento dei costi.
L’impatto più rilevante, tuttavia, sarebbe di natura indiretta: aumento del prezzo del carburante, che per le compagnie aeree Usa rappresenta circa il 25% dei costi, deviazioni dei corridoi aerei e maggiore incertezza sulla domanda internazionale.
Dal punto di vista strategico, la maggior parte dei ricavi di United proviene dal traffico domestico statunitense e dal Nord Atlantico, cioè dalle rotte tra Stati Uniti ed Europa, e non dal Medio Oriente. Ne consegue che l’esposizione diretta è moderata, mentre l’eventuale effetto negativo si manifesterebbe soprattutto attraverso costi operativi più elevati, volatilità del petrolio e possibile rallentamento dei flussi intercontinentali. In uno scenario di blocco prolungato dell’area, United soffrirebbe quindi meno rispetto ai vettori del Golfo o alle compagnie europee più dipendenti dalle rotte verso l’Asia via Medio Oriente, ma risulterebbe più esposta rispetto a operatori prevalentemente domestici.
Dopo il tonfo di ieri (2 marzo 2026), in cui ha perso circa il 6%, il prezzo del titolo sta lentamente risalendo. Secondo i nostri modelli di valutazione, i multipli di settore restano migliori di quelli del settore di riferimento, il momentum è positivo e la qualità dei risultati è nella media. Ai prezzi attuali di mercato, nonostante il calo, il valore del titolo è quasi raddoppiato dal nostro cambio di consiglio a mantenere. Te lo confermiamo anche qui, in ragione dei risultati positivi che il gruppo ha messo a segno negli ultimi mesi. Tieni presente che sia il settore, sia il titolo stesso nel breve termine, potrebbero attraversare delle turbolenze legate alle attese sull’economia, ma le prospettive di crescita a medio e lungo termine restano positive, sia per il settore, sia per il gruppo United Airlines.