Da alcuni anni a questa parte l’assegnazione del premio Nobel per l’economia – questo riconoscimento non è previsto dal testamento di Alfred Nobel, ma è stato introdotto nel 1969 ed è un riconoscimento conferito dalla Banca di Svezia – ci ha abituato al conferimento di premi a carattere quasi interdisciplinare, e il 2024 non fa eccezione.
A essere premiati, quest’anno, sono stati Daron Açemoglu, Simon Johnson e James A. Robinson.
In estrema sintesi, il loro lavoro di ricerca ruota intorno alla relazione esistente tra forma politica e sviluppo economico, che coinvolge quindi diverse discipline, e mette in evidenza la stretta connessione tra politica ed economia.
Dimostra in modo empirico il nesso causale, e non la semplice correlazione, esistente tra istituzioni politiche (e il loro operato) e crescita economica di un’area geografica.
In parole povere, più le istituzioni sono efficienti, meno tendono a favorire modelli di sviluppo che puntano a sfruttare la ricchezza dei territori che governano, e più questi ultimi tendono a beneficiare di una prosperità economica duratura nel tempo.
Queste ultime sono definite “inclusive”. Altri modelli istituzionali, definiti “estrattivi”, puntano invece a drenare le risorse di un Paese a favore di pochi, spesso con modelli di governo autoritari e non promuovendo alcuno sviluppo economico.
Nel loro lavoro di ricerca hanno dimostrato che i Paesi considerati poveri hanno istituzioni governative carenti, ma anche che questi Paesi sono poveri perché hanno istituzioni politiche deficitarie.
Un modello istituzionale “inclusivo” rispecchia nelle proprie caratteristiche i principi dello Stato di diritto, quindi rispetto della proprietà privata, sistema giuridico imparziale e di libero accesso e coinvolgimento della maggioranza dei cittadini. Un modello istituzionale “estrattivo” concentra il potere nelle mani di pochi, in cui concentra anche le ricchezze.
La sfiducia nei confronti delle istituzioni generata da questo modello spinge i cittadini a non partecipare attivamente al cambiamento necessario, precipitando questi Paesi nella cosiddetta “trappola delle istituzioni estrattive”, da cui è molto difficile uscire.
Vari sono gli studi compiuti a sostegno di queste tesi, tra cui quello dal legame tra diffusione delle malattie, sviluppo del colonialismo e persistenza della povertà, a quello in cui si analizza il caso della città di Nogales, per metà negli Usa (la parte più sviluppata economicamente) e per metà in Messico (la parte più povera).
Qui puoi approfondire le motivazioni che hanno portato la Banca di Svezia ad assegnare questo Nobel.
Se invece vuoi approfondire il tema del colonialismo, trovi in “The Colonial Origins of Comparative Development: An Empirical Investigation” (2001; American Economic Review) e in “Reversal of Fortune: Geography and Institutions in the Making of the Modern World Income Distribution” (2002; Quarterly Journal of Economics) la presentazione degli studi.
Daron Açemoglu e James A. Robinson hanno pubblicato nel 2012, nel pieno della crisi greca, “Perché le nazioni falliscono. Alle origini di potenza, prosperità, e povertà” un saggio molto divenuto molto popolare che tratta delle origini delle disuguaglianze tra Paesi.

