Hai Ether sul conto dell’exchange e l’app ti propone di metterli in staking (mettere a disposizione una certa quantità di criptovalute per contribuire alla verifica delle operazioni sulla blockchain) con la promessa di un rendimento. A prima vista sembra una scelta semplice: invece di lasciare ferme le criptovalute, tanto vale farle fruttare. Il ragionamento, però, rischia di essere ingannevole perché quel 5%, 6% o 8% che compare sullo schermo non è paragonabile al tasso di un conto deposito.
Partiamo da cosa succede davvero. Alcune blockchain, tra cui Ethereum, utilizzano un sistema chiamato proof of stake per verificare le operazioni e mantenere sicura la rete. Chi partecipa vincola, cioè mette “in gioco”, una certa quantità di criptovalute e può contribuire alla convalida delle transazioni. In cambio riceve delle ricompense.
Quel rendimento è in cripto
La prima differenza rispetto a un deposito bancario è fondamentale. Se depositi 10.000 euro a un tasso del 3%, il rendimento viene calcolato su quei 10.000 euro. Nello staking, invece, la ricompensa viene normalmente riconosciuta nella criptovaluta stessa.
Immaginiamo, per semplicità, di ottenere l’8% su una criptovaluta. Alla fine dell’anno potresti avere l’8% in più di token, ma questo non significa avere guadagnato l’8% in euro. Se nel frattempo il prezzo della criptovaluta è sceso del 30%, le ricompense non bastano certo a compensare la perdita di valore.
Anche la percentuale indicata non va necessariamente considerata fissa. Le ricompense dipendono dalle regole della blockchain, dal numero di partecipanti e, quando si passa attraverso un intermediario, anche dalle commissioni e dalle condizioni applicate dal servizio.
C’è anche il rischio di perdere cripto
Lo staking non premia soltanto. Un validatore che si comporta in modo scorretto può subire lo slashing, cioè perdere una parte delle criptovalute messe in gioco ed essere costretto a uscire dalla rete. Su Ethereum può accadere, per esempio, quando vengono firmate attestazioni o blocchi in conflitto tra loro.
La semplice indisponibilità temporanea di un validatore, invece, normalmente non provoca lo slashing: comporta soprattutto la perdita di ricompense e può generare penalità per inattività.
Per il piccolo investitore che utilizza un exchange (piattaforma online che permette di comprare, vendere, scambiare e spesso custodire criptovalute) o un servizio specializzato, il validatore viene gestito dall’intermediario o da soggetti ai quali questo si appoggia. Il rischio tecnico, quindi, non scompare soltanto perché non siamo noi a gestire direttamente il meccanismo.
C’è poi la questione della liquidità. Le cripto destinate allo staking possono non essere immediatamente disponibili quando vuoi trasferirle o venderle. Su Ethereum, per esempio, l’uscita di un validatore può richiedere un tempo variabile in base alla coda presente sulla rete. Se utilizzi un exchange o una pool (servizio che riunisce le criptovalute di più investitori per partecipare insieme allo staking e dividere le ricompense), entrano inoltre in gioco le regole e i tempi previsti dal singolo servizio.
Esistono anche forme di liquid staking nelle quali l’investitore riceve un token che rappresenta le criptovalute messe in staking e può cercare di venderlo sul mercato senza attendere l’uscita del validatore. Ma non è una scorciatoia priva di rischi: quel token può essere scambiato a un prezzo inferiore rispetto alle criptovalute che rappresenta e aggiunge ulteriori rischi tecnici e di liquidità.
Prima domanda: è davvero staking?
Qui arriva forse l’aspetto più importante per chi usa un’app. Non tutto ciò che viene presentato come “earn”, “rewards” o “staking” corrisponde necessariamente allo staking della blockchain.
Alcuni programmi possono utilizzare le criptovalute per prestiti, attività di mercato o altre operazioni della piattaforma. Il rendimento, quindi, può avere un’origine completamente diversa. Prima di aderire è essenziale leggere le condizioni e capire che cosa viene fatto effettivamente con le proprie criptovalute.
E cambia anche il rischio. Se affidi le criptovalute a un exchange non hai più soltanto il rischio legato al loro prezzo e al funzionamento dello staking. Hai anche quello dell’intermediario che le custodisce e gestisce il servizio. Se la piattaforma blocca i prelievi o entra in difficoltà, recuperare rapidamente le proprie criptovalute può diventare più complicato.
Per questo, davanti a una percentuale particolarmente generosa, la domanda non dovrebbe essere semplicemente “quanto rende?”, ma “da dove arriva esattamente questo rendimento?”
Cosa dice MiCA
MiCA (regolamento europeo che stabilisce regole comuni per chi emette, offre o presta servizi legati alle cripto-attività nell’UE) non crea una categoria autonoma di “servizio di staking” e non richiede un’autorizzazione a chi mette direttamente in staking le proprie criptovalute per conto proprio.
Diverso è lo staking-as-a-service: se l’intermediario mette in staking le criptovalute del cliente e, per farlo, ne custodisce le cripto-attività o le chiavi di accesso, il servizio è collegato alla custodia e rientra nel perimetro della normativa europea. L’operatore deve quindi essere autorizzato a fornire il servizio di custodia e amministrazione di cripto-attività per conto dei clienti.
Quando lo staking viene offerto insieme ad altri servizi disciplinati da MiCA, le indicazioni europee prevedono inoltre che il cliente dia il proprio consenso esplicito, perché l’operazione può incidere sulla possibilità di accedere alle proprie cripto-attività.
C’è poi un altro limite importante. Un CASP (operatore autorizzato a fornire servizi legati alle cripto-attività) che custodisce le cripto-attività dei clienti non può metterle in staking per il proprio esclusivo beneficio, neppure con il consenso del cliente. Può invece offrire lo staking come servizio, a condizioni concordate, purché i benefici non spettino soltanto all’intermediario. Costi, commissioni e oneri devono inoltre essere indicati in modo chiaro.
MiCA è applicabile dal 30 dicembre 2024, ma per gli operatori già attivi erano previsti regimi transitori nazionali. In Italia la finestra si è chiusa definitivamente il 30 giugno 2026 anche per i VASP (operatore che offre servizi legati alle cripto-attività, come cambio, trasferimento o custodia) che avevano presentato domanda di autorizzazione nei termini: dal 1° luglio non è quindi più possibile continuare a prestare questi servizi facendo affidamento sul vecchio regime. Prima di affidare le proprie criptovalute a un operatore diventa perciò ancora più importante verificare che sia abilitato a offrire il servizio.
La tutela regolamentare, però, non trasforma lo staking in un prodotto sicuro. MiCA può imporre obblighi all’intermediario, ma non protegge dalla caduta del prezzo di Ether o di un’altra criptovaluta.
Ecco perché quell’8% va preso per quello che è: una possibile ricompensa per assumersi una serie di rischi, non un interesse garantito sul proprio capitale. Prima di cliccare su “stake”, quindi, non fermarti alla percentuale. Guarda quale cripto stai mettendo in gioco, da dove arriva il rendimento, quali commissioni trattiene l’intermediario, quando puoi uscire e, oggi più che mai, controlla chi avrà effettivamente in mano le tue criptovalute e se è autorizzato a farlo.

