In una fase segnata da tensioni geopolitiche e conflitti, con il petrolio volatile e potenzialmente in rialzo e potenziali tensioni sul fronte dei tassi di interesse, il settore finanziario merita di tornare al centro dell’attenzione degli investitori. Banche e assicurazioni, per loro natura, sono tra i comparti più sensibili al ciclo economico: quando l’incertezza aumenta, tendono ad amplificare i movimenti dei mercati, mostrando un beta più elevato rispetto ad altri settori.
Il primo rischio è di natura macroeconomica. Guerre e instabilità internazionale rallentano la crescita, mettono sotto pressione imprese e famiglie e aumentano la probabilità di default. Questo si traduce in perdite su crediti per le banche e, più in generale, in un peggioramento della qualità degli attivi per tutto il sistema finanziario. A ciò si aggiunge la volatilità dei mercati: azioni e obbligazioni diventano più instabili, con effetti diretti sui portafogli e sul capitale degli operatori.
Un ruolo centrale è giocato dai tassi di interesse. Dopo anni di politiche monetarie espansive, il costo del denaro è salito rapidamente. In una prima fase, tassi più alti possono sostenere i margini, soprattutto per le banche. Ma oltre una certa soglia, l’effetto si inverte: aumenta il costo del credito, cala la domanda di finanziamenti e crescono le difficoltà di rimborso. Inoltre, i portafogli obbligazionari accumulati negli anni precedenti possono registrare perdite, come già emerso in alcune crisi recenti. Per ora non si parla di nuovi rialzi, semmai di un possibile rinvio dei tagli attesi, ma ovviamente le tensioni internazionali possono cambiare le prospettive.
Banche e assicurazioni: un mestiere diverso
In questo contesto, la distinzione tra banche e assicurazioni è cruciale. Le banche sono più esposte nel breve periodo: il loro modello si basa sulla trasformazione di scadenze tra raccolta e impieghi, e quindi sono particolarmente vulnerabili a shock di liquidità e a cambiamenti improvvisi nei tassi. Il rischio principale resta quello creditizio, a cui si affiancano rischi di raccolta e di perdite sui portafogli obbligazionari. Non a caso, nelle crisi, le banche sono spesso il primo anello a mostrare tensioni.
Le assicurazioni, pur non essendo immuni, presentano una maggiore resilienza relativa. Operano con orizzonti più lunghi e una struttura delle passività più stabile, il che le rende meno esposte a crisi di liquidità immediate. Tuttavia, sono sensibili all’andamento dei mercati finanziari, da cui dipende una componente rilevante dei loro rendimenti. Tassi più alti, nel medio periodo, possono persino rappresentare un vantaggio grazie a migliori opportunità di investimento, ma nel breve generano volatilità nei bilanci.
In sintesi, in uno scenario caratterizzato da guerra, tassi elevati e crescita incerta, il settore finanziario resta ad alto rischio. Le banche appaiono più fragili e reattive agli shock, mentre le assicurazioni offrono una maggiore stabilità relativa. Per gli investitori, la chiave è distinguere tra queste dinamiche: non tutto il comparto si muove allo stesso modo, e capire dove si concentra il rischio è essenziale per navigare fasi di mercato complesse.
Noi vi abbiamo lasciato con una valutazione di questi settori calcolata sui dati a fine febbraio molto positiva con bancari e assicurativi molto interessanti, e con qualche considerazione di attualità sulla guerra in Medio Oriente che proprio allora muoveva i suoi primi passi e con la premessa che bisognava prestarci attenzione. In particolare avevamo consigliato di mantenere il settore finanziario europeo con Spdr Msci Europe Financials (130,6 euro al 17/3; Isin IE00BKWQ0G16) e di acquistare gli assicurativi europei con Amundi Stoxx Europe 600 Insurance (85,25 euro al 17/3; Isin LU1834987973). Entrambi sono più o meno sui valori di quell’ultimo consiglio. Che fare ora? Se si guarda a livello di multipli sono entrambi ancora interessanti. Vedremo coi dati a fine marzo quale sarà la valutazione, ma difficilmente crollerà a tal punto da non renderli interessanti. Però è anche vero che la corsa forsennata dell’anno passato potrebbe diventare un ricordo se il conflitto in corso non si arrestasse. Morale: il consiglio su Amundi Stoxx Europe 600 Insurance passa per prudenza da acquista a mantieni. Chi non teme il rischio geopolitico e può tenere investiti i suoi soldi molto a lungo, continui a mantenere questi investimenti, avendo, però, l’accortezza di controllare che la loro crescita nel tempo non li abbia portati a superare la quota dei suoi soldi (massimo 10% complessivo) da dedicare a investimenti non speculativi extra portafoglio. Ovviamente l’investitore che non può tenere investiti i suoi soldi a lungo non dovrebbe averli, ma questo vale in generale come buona pratica di fronte a qualsiasi tipo di azione.
Finanziari un po’ speciali, private equity, che fare con l’Etf?
Nel private equity americano sta emergendo una tensione crescente che riflette il nuovo contesto di tassi elevati e liquidità più scarsa. Dopo anni di denaro a basso costo e valutazioni in forte crescita, il sistema si trova oggi a fare i conti con un cambio di paradigma: il capitale è più caro e le operazioni costruite nel ciclo precedente iniziano a mostrare le prime crepe.
Sul lato azionario, il problema principale è la riduzione dei rendimenti. Molti fondi hanno investito tra il 2020 e il 2021 a valutazioni molto alte, contando su una crescita sostenuta e su uscite dagli investimenti rapide tramite collocamenti in Borsa o vendite industriali. Oggi, però, questi canali sono rallentati e vendere è più difficile. Il risultato è che le partecipazioni restano in portafoglio più a lungo e i ritorni attesi si comprimono. Si tratta quindi soprattutto di un problema di performance: si guadagna meno e più lentamente.
Sul lato del credito, invece, la situazione è più delicata. Una quota significativa del debito è a tasso variabile: con l’aumento dei tassi, gli interessi da pagare sono cresciuti rapidamente. Questo mette sotto pressione i bilanci delle aziende partecipate, che devono destinare una quota crescente dei flussi di cassa al servizio del debito. In parallelo, molte di queste aziende dovranno rifinanziare il proprio debito nei prossimi anni, ma a condizioni oggi molto più onerose. In alcuni casi, questo può portare a ristrutturazioni o, nei casi peggiori, a default. La differenza tra i due lati è quindi netta. Per le azioni il rischio è soprattutto di rendimento: rendimenti più bassi, tempi più lunghi. Per il credito, invece, il rischio è più diretto: la possibilità di non recuperare interamente il capitale investito. In un contesto in cui il costo del denaro è tornato centrale, è proprio il debito a rappresentare oggi il punto più vulnerabile dell’intero ecosistema del private equity. E qui veniamo all’Etf Xtrackers LPX Private Equity (104,61 euro al 17/3; Isin LU0322250712) che punta su società che acquistano partecipazioni in aziende non quotate, con l’obiettivo di aumentarne il valore e rivenderle con profitto. Lo abbiamo sempre detto: è un modo rischioso (rientra nelle scommesse speculative) per puntare su titoli molto reattivi nei confronti dei mercati azionari in generale. Dopo i picchi di inizio 2025 ha perso una quota significativa del suo valore, ma il calo è stato marcato soprattutto a inizio 2026, per i motivi che vi abbiamo descritto prima.
Che fare? Qui tutto si gioca sulla consapevolezza: un investitore che lo ha acquistato consapevole del rischio alto che comportava e del fatto che è adatto a un orizzonte temporale di lungo periodo dovrebbe sapere che momenti di difficoltà attuale come questi sono da tenere da conto e che potrebbe andare pure peggio. Con queste premesse il risparmiatore che non avesse avuto consapevolezza di questo tipo di prodotto può sfruttare questi cali per ragionare sul fatto che può perderci ancora di più e quindi venderlo. Il consiglio sul titolo, invece, per tutti coloro che l’hanno acquistato con consapevolezza e che concordano che lo scopo di puntare su attività economiche che magari sfuggono alle Borse è potenzialmente interessante, resta ancora mantieni.