Negli ultimi giorni, tre banche centrali di rilievo hanno adottato misure significative in risposta a un contesto macroeconomico sempre più teso, dominato dall'escalation del conflitto in Medio Oriente e dalle sue ricadute sui mercati energetici e valutari globali.
In Indonesia, la Bank Indonesia ha scelto la via della protezione valutaria, inasprendo le norme sul mercato dei cambi per proteggere la rupia dalle turbolenze esterne. Quanto ai tassi, rimane invariato al 4,75%: l'obiettivo dichiarato è stabilizzare la rupia senza intaccare le riserve valutarie, gestendo la pressione esterna con strumenti regolatori piuttosto che con la leva dei tassi.
Ben più decisionista si è mostrata la Reserve Bank of Australia, che ha optato per un secondo rialzo consecutivo del tasso di interesse, salito dal 3,85% al 4,1%, il livello più alto dalla metà del 2023. La decisione riflette un'inflazione ancora ostinatamente elevata, aggravata dai rincari energetici innescati dall'allargamento del conflitto iraniano. La governatrice Michele Bullock ha adottato un tono nettamente orientato alla stretta, sottolineando l'urgenza di agire prima che si consolidino effetti di secondo impatto — ovvero quella spirale per cui i rincari energetici si trasmettono progressivamente all'intero sistema dei prezzi. Non è stata però una decisione unanime: il comitato si è diviso cinque a quattro, segnale di un dibattito interno ancora aperto. I mercati sembrano aspettarsi un ulteriore inasprimento, prezzando circa il 60% di probabilità di un nuovo rialzo già a maggio.
Anche la Turchia si trova a fare i conti con le stesse pressioni, ma ha scelto una strada diversa: fermare, almeno per ora, il ciclo di tagli avviato nei mesi precedenti, lasciando i tassi a una fermi al 37%. La decisione risponde a una combinazione di fattori che rendono azzardato allentare ulteriormente la politica monetaria: il balzo dei prezzi energetici, la fragilità della lira e il rischio concreto di una nuova fiammata inflazionistica. Va ricordato che la Turchia importa pressoché la totalità del proprio fabbisogno energetico, il che la rende particolarmente esposta a qualsiasi shock sul prezzo del petrolio.
Per quanto riguarda gli investimenti, le obbligazioni di Indonesia, Australia e Turchia non sono all’acquisto. Per le rispettive Borse, invece, controlla i portafogli.