Il filo rosso che collega Turchia, India, Indonesia è uno solo: l’escalation in Iran ha trasformato un rischio geopolitico in una variabile macroeconomica concreta. L’aumento dei prezzi del petrolio si traduce in pressioni inflazionistiche nei Paesi importatori di energia, indebolisce le loro valute, complica le decisioni delle banche centrali e peggiora i saldi commerciali. In questo scenario, Turchia, India e Indonesia devono destreggiarsi tra esigenze di stabilità valutaria e obiettivi di crescita, con margini d’azione più stretti.
India e Indonesia: Banche centrali in difesa delle valute
La rupia indiana e la rupia indonesiana sono tra le valute più penalizzate in Asia nel 2026. Entrambe hanno subito pressioni crescenti in seguito all’escalation del conflitto in Iran, che ha alimentato l’avversione al rischio nei mercati emergenti e spinto al rialzo i prezzi del petrolio, voce cruciale nei bilanci commerciali di entrambi i Paesi.
La Reserve Bank of India (RBI), la Banca centrale indiana, è intervenuta vendendo dollari sul mercato per contenere il deprezzamento della rupia, aggravato dal caro-energia. La rupia indiana è particolarmente esposta per tre ragioni: la vicinanza geografica al teatro del conflitto, la forte dipendenza dalle importazioni di petrolio e gas, e il contestuale deterioramento del saldo commerciale. In assenza di una de-escalation, il margine di manovra della Banca centrale rischia di restringersi ulteriormente.
Bank Indonesia, la Banca centrale indonesiana, ha adottato scelte analoghe, annunciando interventi “fermi e costanti” nei mercati valutari e nel mercato obbligazionario, con l’obiettivo dichiarato di stabilizzare il cambio. Insieme alla rupia indiana e al won sudcoreano, la rupia indonesiana è tra le peggiori performance valutarie asiatiche dell’anno. Il rialzo dei prezzi dell’energia alimenta timori sia sull’inflazione interna sia sul deficit commerciale, innescando un circolo vizioso che complica la gestione monetaria.
Turchia: l’inflazione non scende, i tagli ai tassi si fermano
La Turchia sta attraversando una delicata fase di transizione: dopo aver avviato un ciclo di tagli ai tassi d’interesse, la Banca centrale si trova ora costretta a fare marcia indietro — o almeno a fermarsi. A febbraio, l’inflazione annua in Turchia è risalita al 31,5%, dal 30,7% di gennaio. Il dato mensile (2,96%) è risultato in decelerazione rispetto al mese precedente (4,84%), ma i prezzi alimentari hanno continuato a trascinare verso l’alto l’indice generale. Il contesto geopolitico pesa in modo diretto: la Turchia dipende ampiamente dalle importazioni di petrolio e gas, ed è quindi tra i Paesi più vulnerabili al rialzo dei prezzi energetici innescato dal conflitto in Iran.
Con l’approssimarsi della riunione del 12 marzo, i mercati prevedono che la Banca centrale turca sospenderà il ciclo di tagli. Inoltre, anche la turca è intervenuta a difesa della valuta, sostenuta anche da vendite di valuta estera da parte delle banche commerciali, non solo dalle mosse della Banca centrale. Solo un eventuale cessate il fuoco prima del 12 marzo – al momento sembra un’eventualità poco probabile - potrebbe riaprire lo spazio per un nuovo taglio.
Sul fronte della crescita, i dati del quarto trimestre 2025 fotografano un’economia in netto rallentamento: il PIL turco è cresciuto dello 0,4% trimestrale, contro l’1% del trimestre precedente, e del 3,4% su base annua — leggermente sotto le previsioni (3,8%). La domanda interna risente del costo del denaro elevato e delle condizioni di credito restrittive, obiettivo deliberato delle autorità in cerca di una crescita più sostenibile.
Azioni e obbligazioni
Le obbligazioni di questi tre Paesi non sono all'acquisto. Le Borse invece a seconda dei portafogli, sono presenti nelle nostre strategie.