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Data di pubblicazione 17 aprile 2026
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Autore: Alberto Cascione

L'economia globale nell'ombra della guerra: incertezza persistente

Fed, Bce, Fondo Montario Internazionale: possono vedere le cose in modo diverso, ma su un punto sono d'accordo: la guerra in Medio Oriente e il suo impatto sull'economia globale

Il conflitto mediorientale come fattore di rottura

All'inizio del 2026 le principali istituzioni economiche internazionali convergono su una valutazione comune: la guerra in Medio Oriente, scoppiata alla fine di febbraio 2026, rappresenta il principale elemento di discontinuità rispetto a un percorso di crescita che, fino a pochi mesi prima, appariva relativamente solido. Il conflitto ha scatenato una forza contraria ai venti favorevoli dell'ultimo anno — trainati dagli investimenti in tecnologia, dalle condizioni finanziarie accomodanti e dal sostegno delle politiche fiscali e monetarie — attraverso il suo impatto sui mercati delle materie prime, sulle aspettative di inflazione e sulle condizioni finanziarie globali.

L'impatto si propaga lungo tre canali principali: l'energia, la fiducia e i mercati finanziari. I prezzi del petrolio Brent sono saliti oltre i 100 dollari al barile, livelli non visti dall'invasione russa dell'Ucraina nel 2022, mentre i prezzi del gas naturale europeo sono aumentati del 52% rispetto alla riunione precedente del Consiglio direttivo della BCE, aggravati dai bassi livelli delle riserve europee e dalla vulnerabilità delle forniture.

Il quadro macroeconomico globale: crescita in frenata, inflazione in risalita

Il Fondo Monetario Internazionale, nel suo World Economic Outlook di aprile 2026, presenta una "previsione di riferimento" costruita sull'ipotesi di un conflitto di durata e intensità limitata. In questo scenario, la crescita globale è stimata al 3,1% nel 2026 e al 3,2% nel 2027, un ritmo inferiore al recente 3,4% registrato nel biennio 2024–2025, e destinato a consolidarsi su livelli comunque al di sotto della media storica 2000–2019 del 3,7%.

L'inflazione globale è attesa in aumento al 4,4% nel 2026, per poi scendere al 3,7% nel 2027, con revisioni al rialzo per entrambi gli anni rispetto alle stime di gennaio. L'FMI sottolinea che, in assenza del conflitto, le previsioni di crescita sarebbero state riviste leggermente al rialzo: la revisione al ribasso riflette quasi interamente le perturbazioni derivanti dal conflitto in Medio Oriente, parzialmente compensate da dati recenti più forti e da una riduzione delle tariffe doganali.

I rischi al ribasso dominano lo scenario. In uno scenario avverso con aumenti dei prezzi dell'energia più persistenti, la crescita globale rallenterebbe ulteriormente al 2,5% nel 2026 con un'inflazione al 5,4%; in uno scenario ancora più severo, con danni estesi alle infrastrutture energetiche, la crescita scenderebbe a circa il 2% mentre l'inflazione supererebbe il 6% entro il 2027.

L'economia statunitense: rallentamento in divenire

Negli Stati Uniti, il Beige Book della Federal Reserve, il bollettino sullo stato di salute dell’economia Usa che precede sempre la riunione della FED, fotografa un'economia ancora in espansione, ma con evidenti segnali di rallentamento e incertezza crescente. L'attività economica complessiva è aumentata a un ritmo lieve o modesto in otto dei dodici distretti della Federal Reserve, mentre due hanno riportato una sostanziale stagnazione e altri due un lieve declino.

Il conflitto in Medio Oriente è stato citato come principale fonte di incertezza, complicando le decisioni in materia di assunzioni, prezzi e investimenti in conto capitale, con molte imprese che hanno adottato un atteggiamento attendista. Il mercato del lavoro mostra una tenuta di fondo, ma con crescente cautela: l'occupazione è rimasta stabile o leggermente in aumento, con bassa rotazione del personale e assunzioni principalmente per sostituzione. Diversi distretti hanno segnalato un aumento della domanda di lavoratori temporanei o a contratto, poiché le imprese restano prudenti nell'assumere personale permanente.

Sul fronte dei prezzi, la crescita dei costi energetici è stata netta in tutti i distretti, attribuita al conflitto in Medio Oriente, con conseguenti aumenti dei costi di trasporto e delle materie prime di derivazione petrolifera come plastiche, fertilizzanti e carburanti. Diversi distretti hanno inoltre segnalato rincari sui metalli — acciaio, rame e alluminio — in parte dovuti ai dazi, nonché aumenti dei costi tecnologici e delle assicurazioni.

I consumi delle famiglie mostrano una crescente polarizzazione: molti distretti continuano a riportare segnali di difficoltà finanziaria dei consumatori, maggiore sensibilità ai prezzi e domanda crescente presso le banche alimentari e altre organizzazioni di servizio sociale, mentre la spesa dei consumatori a reddito più elevato rimane resiliente.

La zona euro: tra resilienza strutturale e shock energetico

La BCE, in base a quanto si vince dai verbali sulla riunione di politica monetaria del 18–19 marzo 2026, descrive un'area euro che, prima dello scoppio del conflitto, stava consolidando un percorso di ripresa ordinato. L'economia dell'area euro era cresciuta dello 0,2% nel quarto trimestre del 2025, in linea con le proiezioni, con la domanda interna come principale motore. Il tasso di disoccupazione si era attestato al 6,1%, prossimo ai minimi storici.

La guerra ha però modificato profondamente lo scenario. Le proiezioni di marzo dello staff BCE, aggiornate con una data di chiusura eccezionalmente più recente dell'11 marzo, indicano una crescita del PIL dell'area euro allo 0,9% nel 2026, con una revisione al ribasso di 0,3 punti percentuali rispetto alle proiezioni di dicembre, e un'inflazione headline media al 2,6% nel 2026 — anch'essa rivista al rialzo di 0,7 punti percentuali — per poi stabilizzarsi intorno al 2% nel 2027.

Il membri della Bce ha discusso a lungo i rischi di effetti cosiddetti “di secondo round”, ovvero la trasmissione degli shock energetici a salari e prezzi non energetici. Il confronto con il 2022 è inevitabile, ma le differenze strutturali contano: la posizione di partenza dell'inflazione è molto più favorevole rispetto al 2022, quando si trovava quasi al 6%, mentre ora è prossima al 2% dopo essere rimasta sostanzialmente stabile attorno a tale livello per circa un anno. L'offerta e la domanda sono ora più bilanciate e la politica fiscale e monetaria è sostanzialmente neutrale.

Tuttavia, la BCE non esclude rischi al rialzo: il ricordo dell'episodio inflazionistico del 2022 potrebbe rendere le famiglie e le imprese più reattive, con i lavoratori più propensi a avanzare richieste salariali più alte e le imprese più inclini ad aumentare i prezzi rapidamente. Di fronte a questa incertezza eccezionale, il Consiglio direttivo ha deciso di mantenere invariati i tre tassi di interesse chiave, preservando al contempo la capacità di rispondere con agilità all'evoluzione delle prospettive di inflazione, attraverso un approccio dipendente dai dati, riunione per riunione, senza pre-impegni sul percorso dei tassi.