Le economie emergenti sono colpite più duramente dei Paesi industrializzati dall’impennata dei prezzi dell’energia, a causa della loro forte dipendenza dalle importazioni di idrocarburi e delle loro strutture economiche e sociali più fragili.
La dipendenza energetica dell’Africa e dell’Asia…
La dipendenza energetica varia sensibilmente da regione a regione. Per ragioni di prossimità geografica, i Paesi emergenti dell’Asia e dell’Africa orientale sono i più esposti alle forniture del Medio Oriente. In Etiopia, ad esempio, il 98% dei prodotti petroliferi proviene dai Paesi del Golfo Persico e le tensioni nella regione hanno già causato carenze di carburante. Una situazione simile si osserva anche nelle Filippine e in Thailandia, che importano oltre l’80% del loro fabbisogno di petrolio da quest’area. Se i Paesi asiatici sono, in gran parte, importatori netti di energia e dipendono dal petrolio e dal gas del Medio Oriente, ci sono, però, due eccezioni: la Malesia e l'Indonesia. La Malesia è un importatore netto di carbone e petrolio, ma ha un surplus di gas, che ne limita la vulnerabilità, mentre l'Indonesia ha un surplus di carbone e gas, che compensa la sua mancanza di petrolio.
… e il relativo vantaggio dell’America Latina
La distanza geografica dal Medio Oriente e una maggiore produzione interna spiegano, invece, la relativa stabilità delle economie emergenti delle Americhe di fronte alla crisi mediorientale. Argentina, Brasile e Messico sono, infatti, importanti produttori di petrolio e gas, e i primi due hanno addirittura un surplus commerciale di energia, mentre il Messico beneficia di stretti legami con gli Stati Uniti, che gli garantiscono facilmente l'approvvigionamento interno.
Il deteriorarsi dei conti con l’estero
Se i Paesi che presentano attivi commerciali possono assorbire con relativa facilità l’aumento del costo delle importazioni energetiche, le economie che presentavano già un deficit commerciale (le importazioni che superano le esportazioni) a livello di energia risultano ora particolarmente vulnerabili, poiché un disavanzo elevato tende a preoccupare gli investitori internazionali e a generare tensioni finanziarie. Pur non essendo minacciata in termini di approvvigionamento energetico, la Turchia, ad esempio, ha dovuto vendere parte delle sue riserve auree per difendere la propria valuta. E anche la Banca centrale indiana è dovuta intervenire per difendere la rupia, indebolita dalla fuga dei capitali esteri. Il rincaro delle importazioni va, infine, ben al di là dei prodotti energetici, interessando tutti i beni direttamente dipendenti dal petrolio, a partire dai fertilizzanti, i cui prezzi sono schizzati alle stelle. Un fenomeno che rischia di innescare, a sua volta, un'impennata dei prezzi dei prodotti alimentari, con conseguenze devastanti per alcuni Paesi.
Fragilità interne
L’impatto dello shock petrolifero dipende anche dalle condizioni interne dei singoli Paesi. Nelle economie in cui le famiglie destinano una quota elevata del proprio reddito a energia e alimentazione, come in India e in Thailandia, l’aumento dei prezzi riduce sensibilmente il loro potere d’acquisto. Ed anche la credibilità delle Banche centrali è determinante. In Brasile, la fiducia nelle autorità monetarie consente, ad esempio, una gestione più elastica dei tassi di interesse, mentre in Turchia la mancanza di credibilità ha portato a un forte aumento del costo del denaro.
Il ruolo degli immigrati
Un ulteriore canale di trasmissione della crisi riguarda gli emigranti nei Paesi del Golfo. Milioni di lavoratori provenienti da India, Filippine e Indonesia inviano, infatti, nei loro Paesi d’origine rimesse che sono fondamentali per le economie di questi Paesi, poiché rappresentano una quota significativa del loro PIL. E un eventuale rallentamento economico in Medio Oriente ridurrebbe ovviamente questi flussi e potrebbe anche provocare il rientro in patria di molti lavoratori, con effetti negativi sul mercato interno del lavoro.
Investimenti azionari
Indubbiamente alcuni Paesi emergenti appaiono meglio posizionati di altri per affrontare la crisi mediorientale. Per questo, all’interno dei nostri portafogli, a livello azionario, si trovano alcuni selezionati Paesi.
Il Brasile, in quanto esportatore di petrolio, può addirittura trarre vantaggio dall’aumento dei prezzi dell’oro nero, mentre il Messico mantiene una posizione relativamente solida, nonostante alcune pressioni inflazionistiche. Non per nulla le azioni brasiliane e quelle messicane continuano a essere apprezzate dagli investitori e meritano perciò di continuare a far parte dei nostri portafogli Equilibrato e Dinamico (con una quota del 5% per ciascun Paese).
Paesi come l’India e l’Indonesia, pur mantenendo prospettive favorevoli a lungo termine, risultano, però, più esposti agli shock petroliferi a breve termine. Non a caso gli investitori si sono allontanati dalle azioni indiane e soprattutto da quelle indonesiane, che hanno sofferto anche della difficile situazione politica interna (puoi approfondire la situazione indonesiana qui). Noi rimaniamo, tuttavia, ottimisti sulle prospettive di sviluppo di queste importanti economie asiatiche e, in un'ottica di lungo termine, vi consigliamo di continuare a investire, nell’ambito dei nostri portafogli Equilibrato e Dinamico, il 5% in azioni indiane e il 5% in azioni indonesiane.
Il caso della Turchia è particolare. Nonostante la vicinanza geografica della crisi mediorientale e alcune vulnerabilità interne, l'economia turca sembra relativamente resiliente. E anche se la moneta resta sotto pressione sul mercato valutario, la Borsa turca sta realizzando delle buone performance. Le azioni turche offrono, quindi, una piccola ma interessante opportunità di diversificazione, ma solo per gli investitori che non temono il rischio. La Turchia è, infatti, caratterizzata da una certa resilienza economica, ma anche da una vulnerabilità finanziaria che ne aumenta il profilo di rischio. Si consiglia quindi di investire il 5% in azioni turche solo a chi segue il nostro portafoglio Dinamico.
Investimenti obbligazionari
Per quanto riguarda gli investimenti obbligazionari, ci siamo da tempo posizionati (il primo consiglio è del 15 gennaio 2024) solo in ottica speculativa, con l’ETF Invesco Emerging Mkts Usd Bond (14,204 euro; Isin IE00BF51K132) focalizzato sulle obbligazioni denominate in dollari USA dei Paesi emergenti. La scelta di puntare su questo particolare segmento – il consiglio di acquisto speculativo è tuttora valido – è motivata dalla volontà di esporsi al debito emergente per sfruttare i rendimenti più elevati offerti da questo mercato, cercando al contempo di evitare l’elevata volatilità tipica delle valute locali. Per questo motivo abbiamo scelto obbligazioni in hard currency, cioè denominate in valute forti come il dollaro o l’euro. I bond in dollari dei Paesi emergenti offrono un rendimento superiore (6,08% quelli presenti nell’ETF) rispetto ai titoli investment grade americani (o comunque emessi in dollari – 4,5%), pur essendo inferiori rispetto ai rendimenti delle obbligazioni in valuta locale.