L’Indonesia sta attraversando mesi complicati. Al di là del conflitto in Medio Oriente, la borsa di Giacarta deve affrontare gravi problemi di governance, che hanno spinto le agenzie di rating e altri fornitori di indici azionari a minacciare di declassare il Paese nella categoria dei "mercati di frontiera". È il momento di abbandonare Giacarta?
Solo una piccola parte di alcune grandi società indonesiane è effettivamente negoziata in borsa. È quindi facile, per i grandi patrimoni del Paese che le controllano, manipolarne la capitalizzazione di mercato per costruirsi veri e propri imperi. Di conseguenza, alcune di queste società raggiungono livelli di valutazione eccessivi.
Ciò ha finito per attirare l’attenzione delle agenzie di rating e di altri fornitori di indici, preoccupati per questa governance decisamente migliorabile. Hanno quindi intimato alle autorità di Giacarta di agire, pena il declassamento della borsa indonesiana: non più tra i mercati emergenti, come avviene attualmente, ma tra i mercati di frontiera.
L’impatto di una simile decisione sarebbe enorme: facendo parte dei mercati emergenti, l’Indonesia si aggiudica la sua fetta della torta che gli investitori dedicano a questa classe di attivi (circa il 10% della capitalizzazione borsistica mondiale). I mercati di frontiera rappresentano invece meno dell’1%. La torta da spartire sarebbe quindi molto più piccola. Un declassamento dell’Indonesia sarebbe catastrofico per Giacarta e si tradurrebbe in una fuga di capitali stranieri dal Paese.
Di fronte a tali sfide, Giacarta ha ritenuto opportuno agire. Almeno il 15% delle azioni di una società dovrà essere presente sul mercato (flottante) e sono state introdotte regole per migliorare la trasparenza dei conti aziendali e i movimenti di mercato degli azionisti di riferimento. Diversi attori principali sono finiti sotto accusa per manipolazione del mercato. Giacarta intende così riabilitare la propria immagine e recuperare credibilità; la strategia sembra funzionare, dato che dall'inizio di aprile la borsa sta recuperando terreno.
È vero che, a livello strutturale, il Paese resta dinamico e continua ad attrarre investimenti diretti, in particolare dall'Asia orientale (Cina, Giappone, Corea del Sud). La sua popolazione giovane e sempre più istruita, la sua classe media emergente e le abbondanti risorse naturali sono tutti vantaggi che continuano a renderla una delle economie più promettenti del Sud-Est asiatico. In un'ottica di medio e lungo periodo, l'Indonesia rimane quindi interessante a nostro avviso, anche se i suoi livelli di rischio, molto superiori alla media, ci spingono a escludere questo mercato dal portafoglio difensivo, destinato agli investitori più prudenti. I livelli attuali rappresentano però un punto d’ingresso interessante, a condizione, tuttavia, di accettare gli elevati livelli di volatilità che un simile investimento comporta. Per questo la Borsa indonesiana è presente per il 5% dei nostri portafogli "neutrale" e "dinamico". E per quanto riguarda le obbligazioni? Non sono da acquistare.