I mercati aspettavano con una tensione insolita i dati sull’inflazione Usa, quasi trattenendo il respiro. E il numero uscito ha confermato i timori peggiori: il tasso d'inflazione annuale negli Stati Uniti è balzato al 3,3%, il livello più alto da maggio 2024, con un'accelerazione brusca rispetto al 2,4% di febbraio.
Non si tratta di una sorpresa caduta dal cielo. I segnali di questa fiammata erano nell'aria da settimane. Con il prezzo della benzina salito di circa un dollaro al gallone e il greggio che si aggirava intorno ai 120 dollari al barile, la domanda che tutti si ponevano era se si trattasse dell'inizio di un nuovo problema inflazionistico oppure se le pressioni di fondo sarebbero rimaste contenute. La risposta, almeno per ora, è a due facce: l'inflazione è tornata a mordere in superficie, ma nelle viscere del dato si intravedono segnali meno allarmanti.
Il motore principale di questa accelerazione è energetico e geopolitico insieme. La benzina ha superato i 4 dollari al gallone per la prima volta in più di tre anni, e i prezzi mensili al consumo sono aumentati dello 0,9%, il rialzo mensile più elevato da giugno 2022. I costi energetici complessivi sono saliti del 10,9% sul mese, con le commodity energetiche — esclusi i servizi come l'elettricità — che hanno registrato un'impennata del 21,3%, il dato più alto mai rilevato. Dietro a questi numeri c'è il conflitto con l'Iran, che ha sconvolto i mercati petroliferi mondiali e trasmesso un'onda d'urto diretta ai portafogli delle famiglie americane. A questo si è sommato il progressivo trasferimento sui prezzi al consumo dei dazi doganali, sebbene la parziale invalidazione dei dazi Trump da parte della Corte Suprema a febbraio abbia prodotto qualche attenuazione: i prezzi degli arredi domestici sono scesi dello 0,2% e i prodotti video e audio dello 0,8%.
Scavando sotto la superficie, però, il quadro cambia sensibilmente. L'inflazione di fondo — al netto di cibo ed energia — è salita solo dello 0,2% mensile per il secondo mese consecutivo, al di sotto della previsione dello 0,3%, grazie al calo dei prezzi delle auto usate e delle cure mediche. Su base annua si attesta al 2,6%, sotto le attese del 2,7%. Ancora più rassicurante è il cosiddetto "supercore", ovvero l'inflazione dei servizi al netto dei costi abitativi: a marzo è salita appena dello 0,18%, il valore più basso da maggio 2025. È un indicatore particolarmente sensibile alla dinamica salariale, e il fatto che anche i salari orari medi abbiano decelerato nel report sull'occupazione di marzo riduce il rischio di una spirale prezzi-salari.
Anche il comparto abitativo — da anni il vero tallone d'Achille dell'inflazione americana — ha offerto qualche segnale di tregua. I prezzi, i cosiddetti shelter cost, sono aumentati dello 0,27% sul mese, un'accelerazione lieve rispetto a febbraio ma comunque contenuta: nel 2023 non si era mai registrato un valore così basso, e nel 2024 solo tre mesi avevano fatto segnare incrementi inferiori. Si tratta di un allentamento graduale ma reale, che lascia sperare in un contributo decrescente di questa componente nei prossimi mesi.
Il verdetto complessivo è dunque ambivalente. L’inflazione generale mostra un dato negativo, il più alto da quasi due anni, ma la struttura interna del dato è meno drammatica di quanto temuto. La Federal Reserve, che tiene i tassi fermi al 3,5-3,75%, si trova ora a dover rispondere a una domanda scomoda: lo shock energetico è transitorio o si trasmetterà alle componenti più vischiose dei prezzi? Per ora, il supercore basso e i servizi in rallentamento suggeriscono che il contagio non è ancora avvenuto. Tuttavia, quello di marzo potrebbe rivelarsi il miglior dato generale che vedremo per un po': il pieno impatto del conflitto iraniano sui prezzi energetici potrebbe non essersi ancora materializzato del tutto nei numeri…