La spesa dei consumatori americani ha segnato il passo a febbraio, in un contesto di inflazione persistente destinata ad acuirsi a causa del conflitto in Medio Oriente. I consumi reali sono cresciuti appena dello 0,1% dopo essere rimasti sostanzialmente invariati a gennaio, confermando un prolungato periodo di domanda debole.
L'indice dei prezzi PCE core — l'indicatore preferito dalla Federal Reserve per misurare l'inflazione di fondo, al netto di alimentari ed energia — è aumentato dello 0,4% rispetto a gennaio e del 3% su base annua, mantenendosi ben al di sopra dell'obiettivo ufficiale del 2%.
Sul fronte dei consumi, la spesa per beni è cresciuta per la prima volta in tre mesi, trainata dal rimbalzo degli acquisti di autoveicoli, mentre quella per i servizi ha registrato un lieve incremento grazie ai trasporti. Nonostante questi segnali parzialmente positivi, il quadro complessivo riflette un consumatore sempre più cauto: il reddito disponibile reale è calato dello 0,5%, la contrazione più marcata in quasi un anno, mentre il tasso di risparmio è sceso al 4%. Anche il reddito personale nominale è diminuito, per effetto del calo dei dividendi e dei trasferimenti pubblici; le retribuzioni sono salite solo dello 0,2%, mentre i proventi patrimoniali — tradizionale sostegno per le famiglie più abbienti — hanno registrato una flessione.
Sul fronte della crescita, hanno inoltre rivisto al ribasso l'espansione economica del quarto trimestre 2025: il PIL reale è cresciuto a un tasso annualizzato dello 0,5%, meno di quanto stimato in precedenza.
È in questo scenario che la Federal Reserve si trova a dover navigare tra spinte contrastanti. Come emerso dai verbali dell'ultimo comitato monetario del 17 e 18 marzo, i banchieri centrali americani si sono dichiarati preoccupati per le potenziali ricadute inflazionistiche della guerra in Medio Oriente: più il choc petrolifero risulterà intenso e duraturo, maggiore sarà il rischio di un disancoraggio delle aspettative di inflazione. Alcuni membri del board non hanno escluso la possibilità di dover invertire la rotta e procedere a nuovi rialzi dei tassi, in un momento in cui la Fed aveva intrapreso dal 2024 un percorso di allentamento monetario. Un cambio di politica di tale portata avrebbe conseguenze potenzialmente severe per i mercati azionari. Tuttavia, questo scenario rimane per ora il meno probabile: la Banca centrale americana continua a muoversi con cautela, consapevole che le sue decisioni avranno ripercussioni profonde tanto sull'economia reale quanto sui mercati finanziari globali.