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Giappone

Giappone

Data di pubblicazione 30 giugno 2026
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Autore: Alberto Cascione

Giappone: yen ai minimi da 40 anni. Occasione di acquisto?

Tra record storici e fragilità strutturali: uno yen così debole comporta un'opportunità?

Lo yen ha toccato il livello più debole contro il dollaro da quasi quarant'anni, superando quota 162 e arrivando fino a 162,40 a Tokyo, un minimo che non si vedeva dal 1986. Si tratta di un crollo storico che sta mettendo sotto pressione le autorità giapponesi e che, a prima vista, potrebbe sembrare un'occasione per comprare a buon prezzo azioni e obbligazioni nipponici. In realtà le cose sono più complesse, e la cautela appare giustificata.

Le cause del declino sono in gran parte strutturali. Da anni lo yen soffre perché offre rendimenti molto più bassi rispetto ad altri mercati: gli investitori giapponesi preferiscono parcheggiare il proprio capitale su un decennale australiano (4,7%) o americano (4,4%) piuttosto che su quello nazionale, che pur essendo salito quasi ininterrottamente negli ultimi cinque anni non supera ancora il 2,7%. Questo squilibrio alimenta il cosiddetto carry-trade: gli operatori prendono in prestito yen a tassi brevi intorno all'1%, li convertono e li investono altrove, dove i rendimenti sono nettamente superiori. A peggiorare la situazione concorrono fattori più profondi come una crescita economica modesta, una popolazione in calo e un debito pubblico elevato, che limitano il margine di manovra della Bank of Japan per alzare aggressivamente i tassi.

Le aspettative di inizio anno avevano in parte rassicurato i mercati: si prevedeva un taglio dei tassi della Fed accompagnato da un irrigidimento di quelli giapponesi, riducendo così il differenziale. Ma il ritorno dell'inflazione ha ribaltato lo scenario, con la Fed che ora discute piuttosto di rialzi, mentre Tokyo sembra orientata a privilegiare la crescita con credito a buon mercato, lasciando i tassi sostanzialmente invariati. Il risultato è un differenziale destinato a restare ampio, che continua a scoraggiare gli investitori dallo yen.

Questa debolezza ha un duplice volto. Da un lato favorisce le esportazioni e sostiene la Borsa di Tokyo, in particolare il Nikkei, trainato dai colossi tecnologici Kioxia e Softbank, con benefici evidenti per i grandi gruppi esportatori come Toyota. Dall'altro lato, però, rincara le importazioni, soprattutto di energia e materie prime, alimentando l'inflazione ed erodendo il potere d'acquisto delle famiglie, con un conseguente rischio politico crescente per il governo. A questo si aggiunge una preoccupazione più strategica: un yen così debole rischia di attirare le accuse della Casa Bianca di manipolazione valutaria, esponendo i prodotti giapponesi a possibili nuovi dazi americani. Il problema si fa ancora più delicato considerando gli impegni di investimento per centinaia di miliardi di dollari che il Giappone ha promesso agli Stati Uniti: ai cambi attuali, mantenere quella promessa diventa estremamente oneroso, al punto che le grandi banche nipponiche hanno già chiesto sostegno allo Stato per reperire i dollari necessari, costringendo di fatto la Bank of Japan a intervenire.

Non sorprende quindi che il mercato tema nuovi interventi diretti sul cambio da parte di Banca del Giappone e Ministero delle Finanze, dopo che nel 2024 erano già stati spesi circa 11.730 miliardi di yen per sostenere la valuta. Gli operatori guarderanno con attenzione alle prossime mosse di Fed e Bank of Japan sui tassi, a eventuali nuovi interventi valutari e a un possibile avvicinamento del cambio verso quota 164-165, livello indicato come prossimo punto critico.

In sintesi: il deprezzamento dello yen sta indubbiamente avvantaggiando i grandi esportatori giapponesi e sostenendo la Borsa, ma sta anche generando crescenti difficoltà per consumatori, importatori e per la stabilità politica del Paese, mentre il resto dell'economia resta frenato da una domanda interna debole, dai dazi americani e dalla concorrenza cinese, e i rendimenti obbligazionari restano poco attraenti. Per queste ragioni, a questo stadio, non riteniamo che il livello attuale del cambio rappresenti un'opportunità di investimento in Giappone, sia che si parli di azioni, sia di obbligazioni.