La crescita cinese è rallentata al 4,3% nel 2° trimestre, il livello più basso dall'inizio della pandemia ed anche inferiore agli obiettivi di Pechino, cosa che avviene raramente. Dovremmo quindi uscire dal mercato cinese? No, noi non ne siamo convinti.
Un mercato interno ancora fragile
Nell'ultimo decennio, le famiglie cinesi hanno subito due shock principali i cui effetti si fanno sentire ancora oggi. Il primo è stata la rapida ristrutturazione del settore immobiliare. I capitali che prima servivano a finanziare lo sviluppo e la costruzione di immobili sono stati reindirizzati verso settori considerati più produttivi, come la ricerca e lo sviluppo. Una transizione che, sebbene abbia rafforzato il potenziale di crescita del Paese a lungo termine, è stata anche accompagnata da un forte rallentamento dell'attività. E il fatto che i prezzi degli immobili continuino a scendere (-3% annuo a giugno) continua a pesare sulla fiducia delle famiglie.
Il secondo shock è stata la pandemia. A differenza di quanto accaduto in molti Paesi occidentali, le famiglie cinesi non hanno beneficiato di importanti programmi di sostegno pubblico e molte di loro hanno dovuto attingere ai propri risparmi per far fronte al blocco dell’economia, tanto che ancora oggi continuano a ricostituire i propri risparmi, gravemente intaccati duranti i prolungati lockdown, e restano molto molto prudenti nella gestione delle loro finanze.
Il commercio estero ha preso il sopravvento
Gli sforzi profusi per anni dalla Cina nella ricerca e lo sviluppo stanno dando risultati tangibili a livello internazionale, tanto che il miglioramento dei prodotti "made in China" consente ormai al Paese di registrare attivi commerciali (le esportazioni che superano le importazioni) record. Specializzata da tempo in beni a basso valore aggiunto, la Cina è diventata ormai un attore di primo piano anche in molti settori tecnologici e industriali: occupa ormai una posizione dominante in settori come le energie rinnovabili, i veicoli elettrici, i droni e diverse altre industrie emergenti. Risultato, a giugno, le sue esportazioni sono aumentate del 27%, mentre il suo surplus commerciale ha superato i 125 miliardi di dollari in un solo mese e per la prima metà dell'anno si sta avvicinando ai 700 miliardi di dollari. Un successo che suscita serie preoccupazioni in diverse parti del mondo, a partire dall’Europa. Molti produttori europei sono stati, infatti, colti di sorpresa dalla velocità dell'innovazione cinese e dalla competitività dei suoi prezzi. Crescono, quindi, le richieste di misure protezionistiche, mentre l’Europa punta il dito anche contro lo yuan, considerato significativamente sottovalutato. Una guerra commerciale non gioverebbe a nessuno. Cina ed Europa hanno, comunque, tutto l'interesse a salvaguardare le proprie relazioni commerciali, poiché un conflitto sarebbe costoso per entrambe. La Cina occupa, infatti, una posizione centrale in molte catene di approvvigionamento europee e qualsiasi misura restrittiva adottata nei suoi confronti potrebbe provocare ritorsioni da parte di Pechino, con conseguenze negative per l’Europa.
Allo stesso tempo, le autorità cinesi sono perfettamente consapevoli della vulnerabilità della loro economia troppo dipendente dalle esportazioni. E per limitare questa dipendenza, Pechino sta perseguendo un’attiva strategia di diversificazione dei mercati. È ormai il principale partner commerciale della maggior parte dei Paesi del mondo, mentre il suo primato tecnologico le consente di ampliare costantemente la gamma di prodotti su cui è competitiva. Nonostante questi successi, la realtà è che, a lungo termine, la seconda economia mondiale non potrà fare affidamento esclusivamente sulle esportazioni. Nel lungo periodo, il rafforzamento della domanda interna sarà essenziale per sostenere una crescita equilibrata e sostenibile. In breve, il suo modello di crescita necessita un riequilibrio.
Quali conseguenze per gli investimenti?
Le autorità cinesi sono consapevoli che gli anni di crescita a doppia cifra appartengono al passato e che anche raggiungere un tasso vicino al 5% diventerà sempre più difficile. Per affrontare questa sfida, Pechino dovrebbe perciò reintrodurre alcune misure di sostegno che erano state abbandonate per risanare le finanze pubbliche. E anche gli investimenti pubblici dovrebbero essere rafforzati. Il Primo Ministro cinese ha, del resto, accennato a nuovi programmi di stimolo in arrivo. Tutto lascia supporre, quindi, che le autorità cinesi siano consapevoli del problema e pronte ad agire. Una politica monetaria più accomodante, con una riduzione dei tassi di interesse chiave e/o dei requisiti di riserva bancaria, sembra quindi probabile.
I titoli di Stato cinesi, già presenti nel nostro portafoglio difensivo a scopo di diversificazione, dovrebbero quindi continuare a beneficiare di un contesto favorevole. E per quanto riguarda il mercato azionario cinese, che ha registrato un calo di circa il 7% in euro nella prima metà del 2026, riteniamo che abbia un notevole potenziale di ripresa. Per questo motivo, le azioni cinesi mantengono la loro presenza in tutti i nostri portafogli.

