Il 20 luglio Andy Burnham è diventato il nuovo Primo Ministro britannico, il sesto capo di governo dalla Brexit, dieci anni fa. Come i suoi predecessori, eredita un contesto economico e finanziario complesso.
Sul fronte macroeconomico, il quadro presenta luci e ombre. Il tasso di disoccupazione è rimasto stabile al 4,9% a maggio, su livelli contenuti, e i salari sono cresciuti del 4,3% su base annua, sostenendo i consumi (vendite al dettaglio a +4,2% a giugno). Tuttavia questo non basta a rilanciare l'insieme dell'attività economica: la crescita annua del PIL nel primo trimestre si è fermata allo 0,9%, come nell'ultimo trimestre dell'anno precedente. L'inflazione resta elevata, al 2,6% a giugno, nonostante un temporaneo allentamento dei prezzi petroliferi e con tre mesi di fila in cui è sotto le attese di mercato.
È sul piano finanziario che la situazione appare più delicata. Conti pubblici deteriorati e un'instabilità politica cronica hanno messo il debito britannico sotto la lente degli investitori, spingendo al rialzo i tassi d'interesse: quello a 10 anni supera il 5%, contro appena il 3,20% del riferimento tedesco nell'Eurozona. Il nuovo governo dispone quindi di un margine di manovra di bilancio pressoché nullo per sostenere un'economia che ne avrebbe invece bisogno, mentre la Banca d'Inghilterra resta vincolata da un'inflazione superiore al proprio obiettivo del 2%, con i tassi già al 3,75% e a rischio di ulteriori rialzi – non però nella riunione di questa settimana, come ti diciamo nel nostro podcast.
Questo scenario si riflette puntualmente nella reazione dei mercati all'insediamento di Burnham. I rendimenti dei Gilt britannici sono saliti ai massimi degli ultimi due mesi, segnale di crescente diffidenza degli investitori verso la futura politica fiscale del governo. Il timore principale è che le promesse di Burnham di ridurre il costo della vita si traducano in maggiore spesa pubblica senza adeguata copertura finanziaria. Il nuovo Cancelliere dello Scacchiere, John Healey, gode di una reputazione di affidabilità, ma il mercato non ha ancora elementi concreti sul suo orientamento economico; nel frattempo, i richiami di Burnham alla disciplina di bilancio, accompagnati da riferimenti a una certa "flessibilità" delle regole fiscali, hanno accresciuto anziché ridotto l'incertezza. Pesa, inoltre, il fatto che il debito pubblico britannico sia ormai prossimo al 100% del PIL, con costi di finanziamento tra i più alti del G10 – le dieci più grandi economie. Come conseguenza, i rendimenti dei Gilt a lungo termine hanno continuato a salire e la sterlina si è indebolita (-0,6% dal 20 luglio rispetto all’euro): si tratta di un chiaro avvertimento dei mercati sui limiti di manovra fiscale del nuovo esecutivo.
Il vero banco di prova arriverà con il bilancio d'autunno, quando saranno resi noti i dettagli delle misure economiche e il loro impatto sul fabbisogno di finanziamento dello Stato. Fino ad allora è probabile che permanga un premio al rischio sui titoli di Stato e sulla sterlina: i mercati chiedono in sostanza al governo Burnham di dimostrare in modo credibile come intende finanziare le proprie promesse senza compromettere la sostenibilità dei conti pubblici.
Il compito che attende il nuovo Primo Ministro appare arduo, e non ci si attende un reale miglioramento del quadro economico nel medio termine; nel breve, non sono da escludere ulteriori tensioni sui mercati. Per tutti questi motivi, non consigliamo né le obbligazioni né le azioni del Regno Unito.

