Nel mese di settembre negli Stati Uniti sono stati creati soltanto 29.000 posti di lavoro. Allo stesso tempo, i dati relativi ai due mesi precedenti sono stati rivisti al ribasso di 60.000 unità complessive. Il tasso di disoccupazione è risalito al 4,2%, mentre i salari registrano una crescita contenuta.
In condizioni normali, dati di questo tipo sarebbero motivo di preoccupazione. Un rallentamento del mercato del lavoro solleva generalmente interrogativi sulla solidità dell’economia statunitense, sul potere d’acquisto delle famiglie e, di conseguenza, sulle prospettive delle imprese. Questa volta, tuttavia, gli investitori hanno reagito in modo molto diverso.
Il motivo è semplice: da diversi mesi la Federal Reserve teme che la tenuta dell’economia statunitense possa mantenere elevato il ritmo di creazione di nuovi posti di lavoro, alimentando la crescita dei salari e creando una nuova fonte di pressioni inflazionistiche, oltre a quelle derivanti dai prezzi dell’energia. Gli ultimi dati suggeriscono invece esattamente il contrario. Le imprese statunitensi assumono poco, licenziano poco e i salari restano complessivamente stabili. Nulla, quindi, lascia presagire un’accelerazione dell’inflazione sul fronte salariale.
Queste statistiche sono state pertanto accolte favorevolmente dai mercati. Riducono infatti la probabilità di un nuovo rialzo dei tassi in occasione della prossima riunione di politica monetaria della Fed, prevista per la fine di ottobre. Solo poche settimane fa, un aumento sembrava quasi inevitabile e aveva spinto il rendimento del titolo di Stato statunitense a due anni vicino al 4,9%. Da allora, il rendimento è diminuito sensibilmente, tornando verso il 4,7%.
La prospettiva di un credito meno costoso e di un ciclo di restrizione monetaria meno aggressivo è chiaramente apprezzata dagli investitori. In questo contesto, le cattive notizie sul mercato del lavoro diventano paradossalmente buone notizie per i mercati finanziari, perché riducono il rischio di un’ulteriore stretta monetaria.
Manteniamo la nostra esposizione agli Stati Uniti, sia sul mercato obbligazionario sia sui mercati azionari, nell’insieme dei nostri portafogli diversificati.

