Immagina di ricevere 200 euro in più in busta paga. Che cosa ne fai? Dipende. Se si tratta di un premio una tantum, forse preferisci metterli da parte. Se invece è un aumento permanente dello stipendio, potresti decidere di spendere qualcosa in più ogni mese, magari concedendoti una vacanza o affrontando una spesa che rimandavi da tempo. In fondo, non è cambiato soltanto quanto guadagni oggi, ma anche quanto pensi di poter guadagnare domani.
È proprio da ragionamenti come questo che possiamo partire per capire il Nobel per l'Economia assegnato quest'anno agli americani Robert Hall e Michael Woodford. I due economisti hanno contribuito, con studi diversi, a migliorare i modelli con cui si cerca di comprendere l'andamento dell'economia. Il punto di partenza è che le decisioni di milioni di persone e imprese non dipendono soltanto da quello che succede oggi, ma anche dalle aspettative sul futuro.
Quello che pensiamo di domani cambia quello che facciamo oggi
Pensa, per esempio, a quando devi cambiare automobile. Se temi che i prezzi in futuro possano aumentare, potresti decidere di anticipare l'acquisto. Se, invece, prevedi tempi difficili per il tuo lavoro, potresti rimandarlo anche se, al momento, il tuo stipendio non è cambiato.
Robert Hall ha contribuito a spiegare proprio questo meccanismo: quando decidiamo quanto consumare, non guardiamo soltanto al reddito che abbiamo oggi, ma anche a quello che prevediamo di avere in futuro.
Le nostre aspettative possono avere conseguenze ben più ampie. Se molte famiglie temono una recessione e cominciano a ridurre le spese, le imprese potrebbero vendere meno, rinviare gli investimenti e assumere meno lavoratori. In questo modo, il timore di una crisi può contribuire ad aggravarla.
Perché la Bce vuole convincerti
Le aspettative hanno un ruolo importante anche nell'inflazione. Supponiamo che il prezzo dell'energia aumenti. Un'impresa, temendo ulteriori rincari, potrebbe alzare i prezzi dei propri prodotti. I lavoratori, preoccupati per la perdita di potere d'acquisto, potrebbero chiedere aumenti salariali. E le imprese potrebbero ritrovarsi con nuovi costi da sostenere.
Non è un meccanismo inevitabile, ma spiega perché le banche centrali cerchino di influenzare le aspettative, oltre a intervenire sui tassi d'interesse. Gli studi di Michael Woodford hanno contribuito a chiarire quanto possa essere importante la credibilità delle loro decisioni.
Quando la Bce dichiara di voler riportare l'inflazione sotto controllo, non sta parlando soltanto agli operatori finanziari. Sta cercando di convincere anche famiglie e imprese che i prezzi non continueranno ad aumentare allo stesso ritmo. Se ci riesce, può diventare più facile contenere l'inflazione.
Ma non tutti possono permettersi di aspettare
Fin qui il ragionamento sembra piuttosto lineare. Nella vita quotidiana, però, le cose sono più complicate.
Una famiglia con un buon reddito può decidere di risparmiare un aumento di stipendio inatteso. Una famiglia che fatica a pagare le bollette, invece, potrebbe avere bisogno di spendere immediatamente tutto il denaro aggiuntivo. E chi deve usare l'automobile per lavorare non può rinunciare alla benzina soltanto perché costa troppo.
C'è quindi una distanza tra le decisioni che i modelli economici cercano di rappresentare e i vincoli concreti con cui le persone devono fare i conti. Non tutti hanno le stesse informazioni, gli stessi risparmi o la stessa possibilità di scegliere quando spendere.
Anche le banche centrali incontrano dei limiti. Possono cercare di convincerci che l'inflazione diminuirà e aumentare i tassi per frenare la domanda. Non possono, però, produrre più petrolio se una guerra interrompe le forniture, né impedire direttamente che una siccità faccia aumentare i prezzi degli alimenti.
E i tuoi risparmi?
Le aspettative contano anche quando investi. Il rendimento di un BTp a lunga scadenza, per esempio, dipende non soltanto dai tassi di oggi, ma anche da quelli attesi per il futuro e dai rischi che gli investitori chiedono di essere compensati per assumersi.
Se i mercati cominciano a credere che i tassi resteranno alti più a lungo, i prezzi delle obbligazioni già in circolazione possono scendere. E anche le azioni possono risentirne, soprattutto quelle di società per cui gli investitori prevedono utili molto elevati negli anni a venire.
Il Nobel di quest'anno ci ricorda, insomma, qualcosa che nella vita quotidiana sperimentiamo continuamente: decidiamo oggi pensando a quello che potrebbe succedere domani. Ma c'è una differenza importante tra ciò che ci aspettiamo e ciò che accadrà davvero. Ed è proprio in questa distanza che si nasconde buona parte dell'incertezza economica, per le banche centrali come per chi deve semplicemente arrivare alla fine del mese.
Lo sapevi che il Nobel per l'Economia non è un vero Nobel?
A voler essere precisi, quello per l'Economia non è un Nobel come gli altri. Alfred Nobel, infatti, non lo aveva previsto nel suo testamento. Il premio è nato soltanto nel 1968, per iniziativa della banca centrale svedese, in occasione dei suoi 300 anni, ed è stato assegnato per la prima volta nel 1969. Il suo nome ufficiale è Premio della Banca di Svezia per le scienze economiche in memoria di Alfred Nobel. Anche se viene assegnato con le stesse procedure e gode di un prestigio paragonabile agli altri Nobel, ha quindi un'origine diversa. Una curiosità che invita anche a riflettere: premiare una teoria economica non significa certificarne la validità in ogni circostanza. A differenza delle leggi fisiche, infatti, i modelli economici cercano di spiegare anche le decisioni delle persone, che non sempre si comportano come previsto.
Fonti ufficiali e opere dei premiati
1. Royal Swedish Academy of Sciences (2026). The Prize in Economic Sciences 2026. Comunicato ufficiale, 12 ottobre 2026. https://www.kva.se/en/news/the-prize-in-economic-sciences-2026/
2. Hall, R. E. (1978). “Stochastic Implications of the Life Cycle-Permanent Income Hypothesis: Theory and Evidence.” Journal of Political Economy, 86(6), 971–987. https://doi.org/10.1086/260724
3. Woodford, M. (2003). Interest and Prices: Foundations of a Theory of Monetary Policy. Princeton: Princeton University Press. https://www.jstor.org/stable/j.ctv30pnvmf

