Ovunque l'inflazione resta il nemico principale, ma ogni istituto la combatte con intensità diverse, a seconda della propria economia, della propria moneta e dei propri rischi politici.
Il fronte dei rialzi: Londra e Canberra
La Bank of England ha alzato i tassi dello 0,25% al 4%, il primo rialzo dal 2023. Il tono è stato più duro del previsto: il comitato ha votato 8 a 1 e alcuni membri avrebbero preferito un aumento addirittura dello 0,5%. La Banca stima un picco dell'inflazione al 4,9% nel secondo trimestre del 2027, soprattutto per i costi energetici, e teme che questi si propaghino a salari e prezzi, rendendo l'inflazione più persistente. Il governatore ha lasciato aperta la porta a ulteriori strette, senza però promettere una lunga serie di aumenti. I mercati assegnano circa il 50% di probabilità a un nuovo rialzo già a dicembre. Il quadro è reso meno cupo dalla resilienza dell'economia britannica, con stime di crescita riviste al rialzo per il 2026 e il 2027.
La Reserve Bank of Australia ha portato il tasso ufficiale al 4,85%, il massimo da 18 anni, con il quinto rialzo dell'anno. La decisione è però arrivata con un voto diviso (6 a 3) e con un segnale di prudenza: il comunicato non cita più esplicitamente la disponibilità a stringere ancora. La governatrice ha parlato di "tutte le opzioni aperte", ma i mercati hanno letto un messaggio accomodante: il dollaro australiano si è indebolito e le attese di nuovi rialzi nel 2027 sono calate. La ragione della cautela è l'inflazione che resta sopra l'obiettivo del 2-3%. Allo stesso tempo, la stretta già attuata pesa su domanda, occupazione e mercato immobiliare, con prezzi delle case in calo e crescita debole attesa per il 2027.
Chi aspetta: Oslo e Brasilia
Altre due banche hanno scelto la pausa, per motivi diversi. Norges Bank ha confermato il tasso al 4,5%, in linea con le attese, ma mantiene un orientamento "hawkish", cioè da falco. La governatrice ha spiegato che l'inflazione è ancora troppo alta e che i tassi dovranno restare restrittivi a lungo; la soglia per nuovi rialzi è considerata bassa, anche per i rischi geopolitici in Medio Oriente e per i prezzi dell'energia. L’obiettivo del 2% non sarà raggiunto stabilmente prima del 2029. A fare da contrappeso è la corona norvegese, tra le valute più forti del G10 nel 2026, che riduce l'inflazione importata. In molti ritengono quindi vicina la conclusione del ciclo di inasprimento, anche se i mercati attribuiscono ancora una probabilità significativa a un ultimo rialzo.
In Brasile la pausa nasce da un'incertezza politica oltre che economica. La banca centrale guidata ha lasciato i tassi al 13,75% all'unanimità, interrompendo il ciclo di tagli dopo la rielezione di Luiz Inácio Lula da Silva. Il contesto è complicato: crescita più debole, inflazione in accelerazione, stime per il 2027 riviste al 4,7%, oltre l'intervallo di tolleranza, e mercati preoccupati per la tenuta fiscale. Il deprezzamento del real e le aspettative di inflazione più alte rendono difficile riprendere i tagli. Anche se commercio, industria e occupazione rallentano, Brasilia teme che un allentamento prematuro comprometta la credibilità. Per questo osserva politica fiscale, cambio e aspettative di lungo periodo.
L'eccezione: il taglio a sorpresa del Messico
In controtendenza, Banxico (come viene chiamata la Banca centrale messicana) ha ridotto il tasso dello 0,25% al 6,25%, il livello più basso da quattro anni. Mossa non attesa dai mercati e il voto è stato diviso (3 a 2). Anche qui l'inflazione è in lieve risalita (3,62% a inizio ottobre, con stime di fine anno intorno al 3,9%) e la banca ha rivisto al rialzo le previsioni 2026: 3,7% per l'inflazione generale e per quella di fondo. L’obiettivo del 3% è comunque atteso entro l'ultimo trimestre del 2027. Banxico ritiene che l'economia, nonostante la crescita del 3,2% nel terzo trimestre (la più alta dal 2023), operi ancora sotto il proprio potenziale. Il taglio è accompagnato da una visione chiara: tassi fermi per un "periodo esteso", cioè nessun ciclo aggressivo di riduzioni. Il peso si è inizialmente indebolito, per la sorpresa e per la riduzione del differenziale con gli Stati Uniti.
Una lettura d'insieme
Il filo conduttore è che nessuna di queste banche si sente al sicuro sul fronte dei prezzi. L'energia, le tensioni geopolitiche, i salari e le aspettative di inflazione hanno spinto Londra e Canberra ad alzare i tassi, Oslo a tenere aperta questa possibilità e Brasilia a rinviare i tagli. Persino Città del Messico, che taglia, lo fa con la promessa di una lunga pausa.
Emergono però tre differenze. La prima è la fase del ciclo: Londra ricomincia a stringere, l'Australia sembra al capolinea, la Norvegia è in attesa. La seconda è il peso dell'economia reale, che si fa sentire soprattutto in Australia, in Brasile e in Messico, dove la crescita debole o sotto il potenziale frena la linea dura. La terza è il ruolo del cambio e della politica: la forza della corona aiuta Oslo, mentre la debolezza del real e le incognite fiscali legano le mani a Brasilia.
Il messaggio complessivo è che la lotta all'inflazione non è finita, ma si combatte con strumenti sempre più calibrati e divisi. Voti non unanimi in diversi comitati (Australia, Messico, e il dissenso opposto nel Regno Unito) mostrano che anche dentro le istituzioni cresce il dibattito su quanto restringere ancora e su quanto sia rischioso farlo. Nei prossimi mesi saranno i prezzi dell'energia, i salari e i cambi a decidere se questa fase di pause e correzioni preluda a nuovi rialzi o a una graduale distensione.

