La settimana delle obbligazioni: economia tra segnali contrastanti
La settimana delle obbligazioni
La settimana delle obbligazioni
La pubblicazione del verbale dell’ultima riunione della Fed ha confermato quanto già si intuiva: all’interno della Banca centrale statunitense le posizioni sono fortemente divise. La decisione di ridurre i tassi di interesse il 10 dicembre non è stata unanime e due membri del comitato avrebbero preferito mantenere invariato il costo del denaro. Alla base delle loro perplessità c’è il timore che un nuovo taglio, in presenza di un’inflazione ancora superiore al 2%, possa essere interpretato come un allentamento dell’obiettivo di stabilità dei prezzi, favorendo il consolidarsi di un’inflazione troppo elevata. In tale contesto, i mercati obbligazionari potrebbero reagire chiedendo rendimenti più alti per finanziare il debito americano, con il risultato che, pur a fronte di tassi ufficiali più bassi, i rendimenti a lungo termine non scendano o addirittura aumentino pur con tassi ufficiali in calo. Non sorprende, quindi, che altri membri del comitato abbiano sottolineato quanto la decisione sia stata complessa. Chi si pone sul fronte opposto, ciò chi voleva e vuole tagliare, sostiene la necessità di una riduzione più marcata dei tassi per sostenere il mercato del lavoro, rallentato negli ultimi mesi nonostante una crescita ancora robusta, pari al 4,3% nel terzo trimestre.
In Cina emergono segnali di ripresa dell’attività economica. A dicembre l’indice PMI composito – che tiene conto dia dell’attività manifatturiera sia non manifatturiera - è tornato in territorio espansivo, a 50,7 punti, grazie sia al miglioramento del settore non manifatturiero sia, soprattutto, al ritorno in crescita del comparto manifatturiero dopo otto mesi di contrazione. Il dettaglio è rilevante perché la ripresa è trainata dalla manifattura ad alta tecnologia, mentre le industrie tradizionali restano in difficoltà. Pur senza indicare l’inizio di una fase espansiva duratura e con un mercato interno ancora debole, questi dati mostrano un cambiamento nel profilo produttivo del Paese. Avendo quasi raggiunto l’obiettivo di crescita nel 2025, la Cina dovrebbe riuscire a fare lo stesso nel 2026, anche grazie a credito più conveniente e a nuovi stimoli fiscali.
Il quadro europeo appare, invece, più fragile, in particolare in Germania. L’industria tedesca ha chiuso il 2025 in una situazione critica, con l’indice PMI manifatturiero sceso a dicembre a 47 punti. Produzione e nuovi ordini sono in calo, le esportazioni diminuiscono da cinque mesi consecutivi e i costi di produzione tornano a salire per la prima volta dopo quasi tre anni, in un contesto di forte concorrenza che rende difficile trasferire gli aumenti sui prezzi finali. Le misure di spesa pubblica e l’abbandono del vincolo di bilancio equilibrato annunciati dal Governo avrebbero dovuto sostenere l’industria, ma finora gli effetti non sono evidenti, alimentando il malessere dei consumatori. Questa debolezza pesa sull’intera area euro: il PMI manifatturiero scende a 48,8 punti, con cali anche in Italia e Spagna, mentre la Francia registra solo una lieve espansione. Con l’industria in difficoltà, l’Europa dovrebbe rilanciare il mercato unico dei servizi per ritrovare slancio, come più volte sottolineato, ma l’attuale contesto rende questo obiettivo difficile.
COME SONO ANDATI I PRODOTTI
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