La settimana delle obbligazioni: mercato del lavoro e inflazione
La settimana delle obbligazioni
La settimana delle obbligazioni
Il 2025 non è stato un anno particolarmente favorevole per il mercato del lavoro statunitense. Il rapporto sull’occupazione di dicembre ha confermato un marcato rallentamento, con la creazione di soli 50.000 posti di lavoro nell’ultimo mese dell’anno. Questo dato deludente, insieme alle revisioni al ribasso dei mesi precedenti, ha portato il totale delle nuove assunzioni del 2025 a 584.000 unità, contro i 2 milioni registrati nel 2024. Inoltre, c’è anche da evidenziare che le cose sono andate bene tra gennaio e aprile, mentre negli ultimi otto mesi dell’anno l’economia americana ha creato soltanto 93.000 posti di lavoro, meno di 12.000 al mese, segnando di fatto un quasi arresto della dinamica occupazionale. Questa situazione rappresenta una minaccia per il dinamismo dell’economia statunitense, che si basa in larga misura sui consumi delle famiglie, strettamente dipendenti dall’andamento del mercato del lavoro. Questo dato, però, per il momento non è sufficiente per fare tagliare i tassi alla Fed nella riunione di questo gennaio. Secondo i mercati c’è solo il 5% di possibilità di una riduzione nel costo del denaro.
In Cina, il rischio di deflazione sembra invece attenuarsi – ma non scompare di certo. L’inflazione ha raggiunto lo 0,8% a dicembre, il livello più elevato da febbraio 2023, dopo essere risultata negativa per sei mesi su otto tra febbraio e settembre. Questa dinamica aveva suscitato forti preoccupazioni tra le autorità di Pechino, poiché l’avvio di una spirale deflazionistica avrebbe potuto deprimere ulteriormente i consumi delle famiglie, già penalizzati dalla crisi immobiliare. Per questo motivo, il Governo cinese ha adottato misure volte a rilanciare la domanda interna, tra cui incentivi all’acquisto di alcuni beni durevoli e interventi per limitare gli sconti praticati dai produttori. Queste politiche stanno iniziando a mostrare effetti concreti: sebbene i prezzi alla produzione siano rimasti negativi per il trentanovesimo mese consecutivo, la loro flessione annua si è ridotta all’1,9% a dicembre. Si tratta solo di piccoli miglioramenti: con l’inflazione di fondo, che esclude alimentari ed energia, stabile all’1,2% per il terzo mese consecutivo, la dinamica dei prezzi continua a rimanere debole e il rischio deflazione non può ancora essere dirsi archiviato.
Nell’area euro, l’inflazione è scesa al 2% a dicembre, dal 2,1% del mese precedente, mentre l’inflazione di fondo, quella cioè al netto di energia e alimentari, è scesa al 2,3%. Il ritorno del carovita a un livello in linea con l’obiettivo della Banca centrale europea rafforza la possibilità per la Bce di mantenere un orientamento prudente in politica monetaria. I tassi di interesse, invariati da giugno 2025, potrebbero restare stabili ancora a lungo, anche se i mercati iniziano a considerare, seppur con una probabilità contenuta, l’ipotesi di un primo taglio dello 0,25% entro settembre. La moderazione dell’inflazione offre quindi margini di manovra, pur in un contesto che richiede attenzione ai rischi futuri. Sono comunque discorsi ancora prematuri: al momento l’ipotesi principale è quella di tassi fermi per tutto il 2026 e su questo scenario convergono le dichiarazioni dei diversi esponenti della Bce.
COME SONO ANDATI I PRODOTTI
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