La settimana della obbligazioni. È il turno della Bce
La settimana delle obbligazioni
La settimana delle obbligazioni
La Federal Reserve ha deciso di mantenere invariati i tassi di interesse nell’intervallo 3,5%-3,75%, con una maggioranza ampia di 10 voti a favore e 2 contrari, questi ultimi orientati per un taglio di 0,25%. La scelta riflette un approccio prudente, sostenuto da una valutazione più positiva del quadro macroeconomico statunitense. In particolare, la Fed ha individuato segnali di stabilizzazione nel mercato del lavoro: le assunzioni restano moderate, i licenziamenti contenuti e il tasso di disoccupazione ha mostrato un lieve miglioramento. Per questo motivo sono stati rimossi dal comunicato i riferimenti ai rischi significativi per l’occupazione. Anche la crescita economica è stata rivalutata, passando da “moderata” a “solida”. L’inflazione di fondo ha mostrato segnali di raffreddamento, con dati di dicembre inferiori alle attese, sebbene la presenza di distorsioni statistiche legate allo shutdown imponga cautela nell’interpretazione. Nel complesso, la Fed non ritiene urgente procedere con nuovi tagli dei tassi, nonostante le pressioni politiche dell’amministrazione Trump, e i mercati collocano un eventuale intervento non prima della metà del 2026.
La Bank of Canada ha mantenuto il tasso di interesse al 2,25% per il secondo incontro consecutivo, in un contesto caratterizzato da forte incertezza. Il Governatore ha sottolineato come sia difficile prevedere la direzione futura della politica monetaria, con il prossimo movimento che potrebbe essere sia un rialzo, sia un taglio. A pesare sulle valutazioni è soprattutto il crescente protezionismo statunitense, che attraverso dazi e barriere commerciali rischia di incidere sull’economia canadese, insieme alla revisione dell’accordo tra Usa, Canada e Messico e a un quadro geopolitico instabile. La BoC ritiene, comunque, appropriato l’attuale livello dei tassi, a condizione che l’economia segua il percorso previsto: crescita del Pil all’1,1% nel 2026 e all’1,5% nel 2027, con inflazione vicina al target del 2% nel medio periodo. I rischi restano bilanciati: da un lato possibili pressioni inflazionistiche legate a ristrutturazioni più onerose o a minori capacità produttive, dall’altro un impatto più forte dei dazi o condizioni finanziarie restrittive potrebbero frenare la crescita e ridurre l’inflazione.
La Banca centrale brasiliana ha lasciato invariati i tassi al 15%, un livello che non si registrava da quasi vent’anni. Pur mantenendo un’impostazione restrittiva, l’istituto segnala la possibilità di avviare un ciclo di tagli già da marzo. A sostegno di questa prospettiva ci sono il rallentamento dell’inflazione, scesa al 4,5% nella prima metà di gennaio, e il forte apprezzamento del real nell’ultimo mese. I mercati si attendono un primo taglio di 0,25%, anche se non si esclude un intervento più ampio. Persistono, tuttavia, incertezze legate alla politica fiscale, con misure espansive adottate dal Governo Lula in vista delle elezioni.
Infine, la Bce è attesa lasciare invariati i tassi nella riunione di giovedì 5, confermando il livello del 2% sui depositi. Con un’inflazione all’1,9% e quella di fondo al 2,4% a dicembre, non emerge urgenza di intervenire. Le prospettive indicano un’inflazione in linea con l’obiettivo nei prossimi anni e una graduale attenuazione delle pressioni salariali e dei servizi.
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