La crisi del Medio Oriente, con la conseguente crisi energetica e i timori legati all’inflazione, ha spinto al rialzo i rendimenti obbligazionari. I rialzi sono stati generalizzati e hanno interessato un po’ tutte le aree del mondo: dai paesi della zona euro — e, al loro interno, i singoli Stati — fino a economie extraeuropee come Giappone, Stati Uniti e Regno Unito. Dopotutto, una fiammata inflattiva richiede una gestione diversa della politica monetaria: meno espansiva, meno accomodante e, se necessario, anche restrittiva. L’aumento del costo del denaro, deciso alla fonte dalle banche centrali, si trasmette poi a cascata sui rendimenti di mercato, che, come di consueto, tendono ad anticipare questi movimenti.
I BTP italiani hanno naturalmente seguito lo stesso andamento: i rendimenti sono aumentati, tornando su livelli che non si vedevano da molto tempo. Nel momento più acuto della crisi, verso fine marzo, hanno anche superato il 4%, un livello che ha di fatto annullato i guadagni accumulati in precedenza. Tali guadagni erano stati favoriti sia da alcune revisioni positive da parte delle agenzie di rating sia da una maggiore stabilità politica, che aveva rafforzato la fiducia dei mercati. La stabilità politica, infatti, è un elemento molto apprezzato dagli investitori. Lo si è visto, ad esempio, durante le crisi di governo in Francia, quando i rendimenti francesi erano saliti fino a raggiungere quelli italiani in alcuni momenti. Nonostante i problemi strutturali non fossero stati risolti, il venir meno di una crisi politica acuta aveva poi consentito ai tassi francesi di stabilizzarsi, almeno fino allo shock energetico recente.
Dal 27 febbraio, però, come detto, i tassi sono tornati a salire. I BTP italiani, confrontati con il Bund tedesco e con i titoli di Stato di Francia, Spagna e Portogallo, hanno registrato un aumento più marcato. Il Bund, pur in rialzo, è stato quello che ha sofferto meno, mentre il BTP ha evidenziato un incremento superiore rispetto agli altri paesi europei.
Questo avviene perché Francia, Spagna e Portogallo presentano un rating superiore a quello dell’Italia. In situazioni di tensione sui mercati, infatti, è normale che a un rialzo generalizzato dei tassi — legato ai timori di politiche monetarie più restrittive — si affianchino variazioni diverse a seconda del rischio percepito. In questi contesti, a perdere più terreno sono i titoli dei paesi considerati relativamente più deboli. Ma cosa significa concretamente? Significa forse che l’Italia è tornata a essere un paese rischioso? Dobbiamo preoccuparci per la sostenibilità dei conti pubblici?
In realtà, è necessario analizzare la situazione con maggiore attenzione.
La percezione dell’Italia da parte delle agenzie di rating e dei mercati era migliorata negli ultimi tempi. Il rating aveva registrato alcuni progressi: non si trovava più, come in passato per alcune agenzie, a ridosso del livello minimo dell’investment grade, ma si collocava stabilmente nell’area dei giudizi BBB (il più alto è BBB+). Non ha ancora raggiunto la fascia “A”, ma basterebbe anche un solo miglioramento per entrarvi.
Tuttavia, tra i paesi dell’eurozona, l’Italia resta comunque tra quelli con il rating più basso. Di conseguenza, in presenza di timori legati alla crescita globale, a possibili recessioni o a scenari di stagflazione, i mercati tendono a penalizzare maggiormente i titoli dei paesi percepiti come relativamente più fragili. È importante sottolineare il termine “relativamente”: non si tratta di un giudizio assoluto. L’Italia, prima della crisi mediorientale, non era un paese con finanze particolarmente solide, ma non era nemmeno considerata a rischio. E oggi la situazione è sostanzialmente la stessa: non è un paese a rischio, ma neppure uno con conti pubblici particolarmente robusti.
In un contesto di recessione o stagflazione, con entrate fiscali in calo e una possibile necessità di aumentare la spesa pubblica per sostenere l’economia, i paesi con un debito più elevato partono inevitabilmente da una posizione più delicata. Questo si riflette nei rendimenti richiesti dal mercato e spiega perché i tassi dei BTP siano aumentati più di quelli degli altri paesi europei.
COSA FARE IN UNA SITUAZIONE COME QUESTA?
Una strategia efficace si è dimostrata quella della diversificazione, evitando di esporsi per più del 5% su un singolo emittente. Poiché i rendimenti non si sono mossi in modo uniforme per intensità, un portafoglio diversificato ha consentito di limitare le perdite. Un investimento concentrato esclusivamente sui BTP avrebbe comportato una diminuzione più marcata del valore rispetto a un portafoglio distribuito tra Italia, Francia, Germania, Spagna, Portogallo e altri paesi. È vero che, considerando il periodo dal 27 febbraio a oggi, i titoli di Stato europei risultano complessivamente in perdita, ma tale perdita è stata contenuta grazie alla diversificazione.
Allo stesso tempo, questo contesto offre anche nuove opportunità. Continuare a diversificare consente di posizionarsi su più emittenti e, ad esempio, di includere anche i BTP, che oggi offrono rendimenti più elevati rispetto ad altri titoli europei. Questo significa poter inserire in portafoglio obbligazioni che, se mantenute fino a scadenza, garantiscono rendimenti superiori. Inoltre, avendo subito un calo più marcato, potrebbero beneficiare maggiormente di un eventuale miglioramento dello scenario, offrendo anche potenziali guadagni in conto capitale.