Mentre il mondo fa i conti con le conseguenze di una nuova crisi energetica, tre grandi aree economiche reagiscono in modo profondamente diverso, rivelando traiettorie di crescita opposte.
La Cina ha conosciuto una svolta: a marzo ha chiuso oltre tre anni di deflazione industriale, con i prezzi alla produzione tornati positivi a +0,5% su base annua, ribaltando il calo dello 0,9% di febbraio. Il rimbalzo è attribuibile soprattutto al rialzo delle materie prime — petrolio, rame e alluminio — seguito alle tensioni geopolitiche e alle interruzioni nell'offerta globale di greggio. Tuttavia, la trasmissione a valle resta limitata: l'inflazione al consumo ha decelerato all'1%, con l'inflazione di fondo all'1,1%, riflettendo la persistente debolezza della domanda interna. Molte imprese faticano a scaricare i maggiori costi sui prezzi finali, con una conseguente compressione dei margini. Per Pechino, uscire dalla deflazione è un segnale positivo, ma lo shock rimane guidato dall'offerta più che da una ripresa della domanda, e la sua natura potrebbe rivelarsi temporanea qualora le tensioni geopolitiche si allentassero.
Dall'altra parte del Pacifico, il dato sull'inflazione americana di marzo va letto su tre livelli distinti, che raccontano storie molto diverse. In superficie, il quadro è preoccupante: il tasso generale è balzato al 3,3% annuo dal 2,4% di febbraio, con i prezzi al consumo saliti dello 0,9% mensile, il rialzo più alto dal 2022, trascinati dall'impennata dei costi energetici legata al conflitto con l'Iran. Scavando al secondo livello, però, l'inflazione core, o di fondo — quella cioè calcolata al netto di cibo ed energia — si è fermata allo 0,2% mensile, sotto le attese, attestandosi al 2,6% annuo: lo shock energetico non ha ancora contaminato i prezzi strutturali. Il terzo livello, il più rassicurante, è quello dell’inflazione supercore — cioè i servizi al netto dei costi abitativi — salito appena dello 0,18%, minimo da maggio 2025, segnale che la domanda interna non alimenta spirali inflazionistiche. La Federal Reserve, con i tassi fermi, resta in attesa: il contagio dai prezzi dell'energia al resto dell’economa non è ancora avvenuto, ma il rischio rimane aperto e, come già visto con la crisi ucraina, un periodo prolungato di prezzi energetici elevati porta poi a un aumento anche dei prezzi di fondo.
Infine, c’è l’Europa. Dopo una sostanziale stabilità a gennaio, le vendite al dettaglio nella zona euro hanno registrato un calo dello 0,2% a febbraio, confermando una tendenza già debole nella seconda metà del 2025. Il consumatore europeo, con un potere d'acquisto eroso dall'inflazione, è costretto a scegliere: le spese essenziali tengono, ma elettronica, abbigliamento e arredamento subiscono una contrazione evidente. Nel frattempo, la Commissione europea avverte che il rischio di stagflazione per l’Europa resta elevato. Bruxelles prevede tagli alle stime di crescita e inflazione più alta nel 2026‑2027 a causa degli effetti del conflitto. In caso di guerra prolungata, l’impatto potrebbe ridurre il Pil dell’Unione anche dello 0,6% e aumentare l’inflazione anche dell’1,5%. L’Unione sostiene misure di aiuto mirate, ma segnala margini fiscali limitati dopo pandemia, crisi energetica e maggiori spese per la difesa.
COME SONO ANDATI I PRODOTTI
- Ishares Eu Govt Bond 5-7y: +0,1%
- Xtrackers iBoxx Corp Bd Yld: +0,5%
- Man Euro Corp Bd D EUR Acc: +0,4%
- Xtrackers II HY Corp. Bond 1D: +0,8%
- Nordea 1 European HY: +0,7%
- Vanguard USD Trea. Bond: -1,5%
- Xtrackers II US Tre. 1D: -1,5%
- iShares $ HY Corp Bond: -0,6%
- UBAM Global High Yield Sol.: +0,1%
- Spdr Bl 1-10y Us Cor Bond: -1,7%
- iShares China CNY Bond: -0,8%