La Banca centrale europea ha lasciato i tassi invariati, ma la presidente Christine Lagarde ha chiarito che un rialzo a giugno rimane un'opzione concreta. La pausa riflette l'elevata incertezza legata al conflitto in Medio Oriente, ma i rischi inflazionistici sono aumentati, soprattutto per l'impennata dei prezzi energetici. L'inflazione nell'area euro è salita al 3% ad aprile — il livello più alto dal 2023 — allontanandosi ulteriormente dall’obiettivo del 2% e il contesto attuale non aiuta: il greggio, infatti, ha toccato giovedì un massimo quadriennale a 124 dollari al barile. In Italia l'Istat stima un'inflazione al 2,8% annuo, in netta accelerazione dal precedente 1,7%, trascinata dalla forte risalita degli energetici non regolamentati. Un segnale parzialmente rassicurante arriva dall'inflazione di fondo, che sia in Italia sia nell'eurozona ha mostrato un lieve rallentamento, segnalando che le pressioni restano per ora concentrate nella componente energetica. Sul fronte della crescita, il Pil dell'area euro ha deluso, registrando solo uno 0,1% trimestrale. La Spagna guida con un +0,6%, la Germania si ferma a +0,3%, mentre la Francia segna zero. Lo spettro della stagflazione è tornato e la Commissione Europea avverte che l'impatto economico del conflitto potrebbe durare anni.
Dall'altra parte dell'Atlantico il quadro appare più solido, ma non privo di tensioni. Il Pil statunitense è cresciuto del 2% annualizzato nel primo trimestre 2026, sostenuto dagli investimenti delle imprese — in particolare nel settore dell'intelligenza artificiale — e dai consumi delle famiglie, cresciuti dell'1,6%. A pesare sul risultato è stato il commercio estero, con l'impennata delle importazioni che ha sottratto circa l’1,3% alla crescita complessiva. Anche negli Stati Uniti, tuttavia, il fronte dei prezzi preoccupa: l'indice PCE, l’indice delle spese personali dei consumatori, la misura preferita dalla Fed, ha registrato a marzo il maggiore incremento mensile dal 2022. La Federal Reserve ha mantenuto i tassi nel corridoio 3,50–3,75%, ma con un voto di 8 a 4 che rivela una profonda spaccatura interna: tre presidenti regionali hanno contestato il tono accomodante del comunicato, mentre un governatore ha votato per un taglio immediato. È la prima volta dal 1992 che si registrano quattro dissensi in un'unica seduta. Jerome Powell, al suo ultimo intervento da presidente, ha annunciato che rimarrà nel comitato anche dopo la scadenza del mandato il 15 maggio, in attesa della conclusione di un'indagine giudiziaria sulla Fed, lasciando spazio al suo successore designato Kevin Warsh.
Sul fronte delle altre grandi Banche centrali, la settimana ha confermato un orientamento comune alla cautela. La Bank of England ha tenuto i tassi al 3,75% con voto 8 a 1, ma il tono è da falco e i mercati prezzano due rialzi nel 2026. La Bank of Japan ha mantenuto lo 0,75% con un voto 6 a 3, il più spaccato da quando si è insediato l’attuale governatore, e giugno è già nel mirino. La Bank of Canada ha confermato il 2,25%, giudicandolo appropriato ma dipendente dai dati. Il Brasile ha, invece, tagliato dello 0,25% al 14,5%, ma con un tono ancora restrittivo che fa pensare che ulteriori allentamenti sono tutt'altro che scontati.