Il conflitto che coinvolge l’Iran e l’area del Golfo non colpisce direttamente le fabbriche di microchip, che si trovano soprattutto in Asia e negli Stati Uniti. Eppure, le conseguenze per l’industria dei semiconduttori e, quindi, per smartphone, auto, intelligenza artificiale e molti prodotti di uso quotidiano, possono essere rilevanti. Il motivo è semplice: la produzione di chip dipende da una catena globale estremamente complessa, in cui energia, materie prime e logistica giocano un ruolo cruciale.
Energia più cara, pressione sui costi
Le fabbriche di semiconduttori (le cosiddette “fab”) sono tra gli impianti industriali più energivori, ma il costo dell’energia rappresenta solo una parte, non la principale, della struttura dei costi, dominata da macchinari, capitale e ricerca. Tuttavia, un aumento del prezzo di petrolio e gas, come quello osservato nelle fasi di escalation del conflitto, esercita comunque una pressione diffusa: sull’elettricità, sui trasporti e sull’intera filiera. Paesi chiave come Taiwan e Corea del Sud, fortemente dipendenti dalle importazioni energetiche, sono particolarmente esposti. Il risultato non è un aumento immediato e lineare dei prezzi dei chip, ma una compressione dei margini, soprattutto nel breve periodo, anche perché molti contratti sono a lungo termine.
Il nodo nascosto: l’elio
Un elemento meno noto ma fondamentale è l’elio, un gas indispensabile in diverse fasi della produzione dei semiconduttori (raffreddamento, ambienti controllati, litografia). Una quota significativa della produzione mondiale proviene dal Qatar, anche se l’offerta globale è in realtà più diversificata (Stati Uniti e Algeria, tra gli altri). Dopo le crisi degli anni passati, molte aziende hanno inoltre migliorato le capacità di riciclo e stoccaggio. Questo significa che un’interruzione non provocherebbe necessariamente un blocco immediato, ma potrebbe comunque creare tensioni e colli di bottiglia, soprattutto se prolungata.
Trasporti e logistica sotto pressione
Lo Stretto di Hormuz è uno dei punti nevralgici del commercio mondiale, in particolare per energia e materie prime. Se il traffico marittimo viene ostacolato, anche solo parzialmente, aumentano tempi, costi assicurativi e premi di rischio. Per un settore come quello dei semiconduttori, che si basa su catene di approvvigionamento altamente sincronizzate, anche piccoli ritardi possono generare effetti a cascata. Non si tratta necessariamente di blocchi totali, ma di una perdita di efficienza che si traduce in maggiore incertezza e costi più elevati.
Un aumento del prezzo del gas in Asia non ferma una fabbrica di TSMC, ma può aumentare il costo per wafer. Se contemporaneamente crescono i costi logistici e alcune forniture diventano meno affidabili, il risultato non è uno stop produttivo, ma una filiera più costosa, meno efficiente e più volatile.
Domanda: tra crescita e rallentamento
Sul fronte della domanda, il quadro è più sfumato. Da un lato, la richiesta di chip avanzati, in particolare per l’intelligenza artificiale, resta molto forte e sostiene i segmenti più tecnologicamente avanzati. Dall’altro, un conflitto prolungato rischia di rallentare l’economia globale, riducendo la domanda nei segmenti più ciclici, come elettronica di consumo e auto. Il settore dei semiconduttori non è omogeneo: il boom dell’AI riguarda soprattutto nodi avanzati e pochi attori, mentre altre aree restano esposte al ciclo economico.
Chi rischia di più (e chi meno)
Le grandi aziende leader del settore sono meglio attrezzate per affrontare queste turbolenze grazie a scala, contratti e capacità finanziaria. Più vulnerabili sono gli attori lungo la filiera (fornitori di materiali, logistica, aziende più piccole) che hanno meno margine per assorbire gli shock. Anche le differenze tra segmenti contano: i nodi avanzati e le applicazioni legate all’AI restano più protetti, mentre i segmenti più maturi e ciclici sono maggiormente esposti.
In sintesi, la guerra nell’area iraniana non rappresenta una buona notizia per il settore dei semiconduttori. Anche se in teoria prezzi più alti potrebbero favorire i produttori, nella pratica l’aumento dei costi, i rischi sulla supply chain e l’incertezza macroeconomica pesano di più. Nel breve periodo domina la volatilità; nel medio periodo, molto dipenderà dalla durata e dall’intensità del conflitto. Più che un’opportunità, si tratta di un banco di prova per la resilienza di una delle industrie più strategiche al mondo.
Con questa cautela è utile interrogarsi sul nostro consiglio dedicato al settore dei microchip di cui vi avevamo parlato prima dello scoppio del conflitto dicendo “il consiglio su iShares Msci Global Semiconductors rimane “acquista”, in un’ottica di lungo periodo (sono pur sempre azioni e ci sono importanti rischi geopolitici), e ribadiamo il lungo periodo, a breve potrebbero anche esserci inciampi, visti i rischi a cui abbiamo accennato.” Come abbiamo visto il lato rischi è peggiorato, ma è anche vero che da allora i prezzi non si sono mossi di molto, sintomo che il mercato non sta prezzando queste preoccupazioni che restano sullo sfondo, compensate, probabilmente, dalla fame strutturale di semiconduttori.
Che fare oggi? Conscio del fatto che è cresciuto molto fin qui e che non è impossibile, né improbabile che ripieghi, in un’ottica di lungo periodo puoi continuare a puntare sui semiconduttori con su iShares Msci Global Semiconductors (11,336 euro al 25/3, Isin IE000I8KRLL9), visto che il mondo non smetterà di averne fame solo per un conflitto in Medio Oriente, anzi, le guerre in corso stanno facendo capire ancora di più l’importanza della tecnologia. Ovviamente ricorda che gli investimenti extra portafoglio non speculativi non dovrebbero superare il 10% dei tuoi soldi, e comunque anche tra questi è bene diversificare per cui i semiconduttori non devono superare il 5% del tuo denaro anche in ottica extra portafoglio. Se la crescita prepotente del passato li ha portati a superare questo livello, anche se il prodotto resta all’acquisto valuta di monetizzare parte dei guadagni per rientrare nei ranghi.