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Data di pubblicazione 23 marzo 2026

La guerra e le scelte della Bce

Per le banche centrali, i tempi di guerra assomigliano a un corridoio poco illuminato. Si procede a passi misurati, nella penombra, con la sensazione che ogni decisione possa compromettere equilibri già fragili, per cui anche restare fermi diventa una scelta sensata. 

La Banca centrale europea lo ha fatto, lasciando invariati i tassi. Ma il segnale che emerge da questa (non) mossa è tutt’altro che neutro. Il conflitto sta riscrivendo le prospettive: spinge l’inflazione al rialzo e frena la crescita. Le nuove stime hanno rivisto al ribasso la crescita del Pil dell’eurozona nel 2026, mentre i prezzi restano sopra i livelli desiderati, trainati dall’energia e da effetti che si propagano all’intera economia. La Bce è stata, comunque, chiara: l’obiettivo del 2% non si discute. È il percorso, semmai, che resta opaco e dipende da variabili, come la durata della guerra e la dinamica dei prezzi energetici, che sfuggono al controllo della politica monetaria. I mercati, intanto, si adeguano e prezzano altri rialzi dei tassi. E questo non è un caso isolato. Dalla Bank of Japan, prudente ma aperta a future strette, alla Riksbank svedese, che prolunga l’orizzonte dei tassi bassi in uno scenario sempre più incerto, fino alla Svizzera, alle prese con un franco troppo forte e rischi di deflazione, mostrano tutte prudenza e attendismo. Nel Regno Unito, invece, il tono cambia: la Bank of England tiene i tassi fermi ma si dice pronta a intervenire contro nuove pressioni inflazionistiche. Negli Usa la Fed si è mossa nella stessa direzione: ha lasciato invariati i tassi ma le nuove proiezioni riflettono un equilibrio instabile. Nessuno si è mosso, insomma, ma non si può nemmeno restare totalmente fermi per troppo a lungo: si avanza lentamente, tastando il terreno, sapendo che dalla penombra possono emergere scenari diversi.

Alessandro Sessa 

Direttore responsabile Investi