La Banca centrale europea lo ha fatto, lasciando invariati i tassi. Ma il segnale che emerge da questa (non) mossa è tutt’altro che neutro. Il conflitto sta riscrivendo le prospettive: spinge l’inflazione al rialzo e frena la crescita. Le nuove stime hanno rivisto al ribasso la crescita del Pil dell’eurozona nel 2026, mentre i prezzi restano sopra i livelli desiderati, trainati dall’energia e da effetti che si propagano all’intera economia. La Bce è stata, comunque, chiara: l’obiettivo del 2% non si discute. È il percorso, semmai, che resta opaco e dipende da variabili, come la durata della guerra e la dinamica dei prezzi energetici, che sfuggono al controllo della politica monetaria. I mercati, intanto, si adeguano e prezzano altri rialzi dei tassi. E questo non è un caso isolato. Dalla Bank of Japan, prudente ma aperta a future strette, alla Riksbank svedese, che prolunga l’orizzonte dei tassi bassi in uno scenario sempre più incerto, fino alla Svizzera, alle prese con un franco troppo forte e rischi di deflazione, mostrano tutte prudenza e attendismo. Nel Regno Unito, invece, il tono cambia: la Bank of England tiene i tassi fermi ma si dice pronta a intervenire contro nuove pressioni inflazionistiche. Negli Usa la Fed si è mossa nella stessa direzione: ha lasciato invariati i tassi ma le nuove proiezioni riflettono un equilibrio instabile. Nessuno si è mosso, insomma, ma non si può nemmeno restare totalmente fermi per troppo a lungo: si avanza lentamente, tastando il terreno, sapendo che dalla penombra possono emergere scenari diversi.
Alessandro Sessa
Direttore responsabile Investi