A marzo, l'economia della zona euro si trova in una condizione di fragile equilibrio, a rischio di scivolare verso la stagnazione. Il PMI composito (manifattura + servizi) si è attestato a 50,5, in calo rispetto al 51,9 di febbraio, toccando il minimo degli ultimi dieci mesi. Un valore che, pur restando tecnicamente in territorio di espansione, segnala con chiarezza quanto la crescita si sia assottigliata fino quasi a scomparire.
Il principale imputato è il conflitto in Iran.In questo contesto, il comparto manifatturiero offre un segnale apparentemente incoraggiante, con un PMI a 51,4. Ma si tratta di una resilienza da leggere con cautela: viene definita "produzione forzata", ovvero un'accelerazione dettata dalla necessità di smaltire gli ordini arretrati prima che le condizioni energetiche e logistiche peggiorino ulteriormente. Non è dunque segnale di vitalità strutturale, ma di corsa contro il tempo. Molto più preoccupante è la situazione nel settore dei servizi, tradizionale motore dell'area euro, il cui PMI è sceso a 50,1, la soglia della quasi-stagnazione.
Sul fronte dei singoli paesi, il quadro è disomogeneo ma complessivamente cupo. La Germania, con un PMI composito a 51,9, regge meglio grazie agli ordini legati alla difesa, ma paga cara la dipendenza energetica: l'indice Ifo delle aspettative è crollato da 90,2 a 86, il livello più basso da oltre un anno, mentre le imprese del settore chimico e dei consumi segnalano difficoltà crescenti. La Francia, invece, è già in territorio di contrazione, con un PMI composito a 48,3 e tre mesi consecutivi di calo: un segnale che il deterioramento non è più solo un rischio, ma una realtà.
A rendere la situazione ancora più complessa è la combinazione tra crescita anemica e inflazione in risalita — uno scenario che evoca gli spettri della stagflazione. La Banca Centrale Europea si trova così di fronte a un dilemma classico, ma particolarmente acuto: intervenire con politiche restrittive per arginare l'inflazione energetica rischierebbe di soffocare una ripresa già esile e di spingere l'economia verso la recessione; rinunciare ad agire, al contrario, lascerebbe libere le pressioni sui prezzi di consolidarsi.