Lo shock energetico provocato dalla guerra in Medio Oriente e dalla chiusura dello Stretto di Hormuz sta ridisegnando la mappa della politica monetaria globale, costringendo le banche centrali a scelte difficili tra controllo dell'inflazione e tutela della crescita. In questo contesto, tre istituti — Reserve Bank of Australia, Norges Bank e Banca centrale polacca — offrono uno spaccato eloquente delle tensioni in atto, con approcci sensibilmente diversi ma tutti accomunati da una crescente incertezza.
L'Australia è tra i paesi che hanno reagito con maggiore decisione. La Reserve Bank of Australia ha alzato il tasso di riferimento per la terza volta consecutiva, portandolo dal 4,10% al 4,35% con una votazione di 8 a 1. La mossa consolida la posizione dell'RBA come un’eccezione globale in un momento in cui molte altre banche centrali preferiscono la prudenza. Tuttavia, la governatrice Michele Bullock ha lasciato intendere che l'istituto potrebbe ora fermarsi per osservare l'evoluzione del quadro: l'obiettivo dell'ultimo rialzo, ha spiegato, è stato quello di "creare spazio" per valutare i rischi sia al rialzo che al ribasso sull'inflazione. I mercati hanno recepito il segnale, ridimensionando le attese da due a un solo ulteriore rialzo entro fine anno. Sul fronte macroeconomico, le previsioni della RBA indicano un ritorno verso l’obiettivo del 2,5% non prima della fine del 2027, con l'inflazione ancora al 3,8% a metà del prossimo anno. Nel breve termine, la combinazione di tassi elevati e carburanti più cari rischia di pesare su crescita e occupazione, rendendo gli australiani, come ha osservato il Tesoro, "più poveri".
Su un sentiero analogo, ma partendo da una posizione geograficamente ed economicamente diversa, si muove la Norvegia. La Norges Bank ha aumentato i tassi dello 0,25%, al 4,25%, segnando il primo rialzo dal 2023 e diventando la prima banca centrale dell'Europa occidentale ad alzare i tassi dall'inizio del conflitto con l'Iran. La decisione ha colto di sorpresa i mercati. Dietro la scelta vi è un quadro interno ancora surriscaldato: inflazione di fondo superiore al 3%, disoccupazione ai minimi storici e una crescita salariale tra le più rigide della Scandinavia. La corona norvegese ha risposto con un apprezzamento di circa lo 0,6% contro l'euro. La Norvegia si affianca così all'Australia nel ristretto gruppo delle banche centrali più “falchi” del mondo avanzato, tracciando una netta linea di demarcazione rispetto a BCE, Bank of England e Riksbank svedese, che restano invece in modalità attendista, frenate dall'incertezza geopolitica e dai segnali di rallentamento economico.
All'estremo opposto dello spettro si colloca la Polonia. La Banca centrale polacca ha scelto di mantenere invariato il tasso al 3,75% per il secondo mese consecutivo, adottando un approccio marcatamente prudente. Eppure anche Varsavia sente il peso dello shock energetico: l'inflazione headline è risalita al 3,2% ad aprile, avvicinandosi al limite superiore del target, dopo che una dinamica dei prezzi più contenuta aveva permesso tagli dalla metà del 2025 per un totale del 2%. La Banca riconosce apertamente che la situazione in Medio Oriente sta peggiorando le prospettive globali, spingendo al rialzo i prezzi energetici e frenando la crescita già nel primo trimestre del 2026. Tra gli economisti il dibattito è aperto: c'è chi esclude modifiche almeno fino a luglio, quando verranno pubblicate le nuove proiezioni ufficiali, e chi invece ritiene che il bilancio dei rischi si stia spostando verso un possibile rialzo "una tantum" nella seconda metà dell'anno, con l'obiettivo di ancorare le aspettative di inflazione.
GLI INVESTIMENTI
Per quanto riguarda le scelte di investimento, la Norvegia è presente con i bond in corone in tutti i nostri portafogli. Australia e Polonia non sono presenti con le obbligazioni nelle rispettive valute, mentre, a seconda delle strategie, sono presenti nei portafogli con le rispettive Borse.