Il Brasile e il Messico - due mercati presenti nei nostri portafogli equilibrato e dinamico - stanno rubando la scena: dall'inizio del 2026, si sono, infatti, imposti come migliori poste del nostro universo di investimento e potrebbero benissimo continuare ad esserlo nei prossimi trimestri.
Lo stretto di Hormuz? Non un problema per loro
Vent'anni fa il mix attuale di tensioni geopolitiche, scarsità di petrolio, dollaro forte e inflazione galoppante avrebbe avuto, senz’altro, un impatto devastante sulle economie latinoamericane, con Brasile e Messico in testa. Oggi, è esattamente il contrario: in Brasile e Messico le Borse hanno realizzato rispettivamente guadagni di quasi il 22% e il 13% da inizio anno (prezzo delle azioni e dividendi, in euro). La ragione principale si può riassumere in un’unica parola: petrolio. Sia il Brasile che il Messico sono, infatti, produttori di greggio. E se la produzione messicana mostra segni di rallentamento e richiederà investimenti significativi, sul versante brasiliano, la dinamica è ben diversa: la produzione è in forte espansione e il Paese sta scalando costantemente la classifica dei maggiori produttori mondiali di petrolio. Se, quindi, molti Paesi tremano di fronte all'impennata dei prezzi, Brasilia e Città del Messico ne stanno, invece, raccogliendo i frutti... e li stanno capitalizzando.
La fine del dominio del dollaro
Un'altra rivoluzione silenziosa ma decisiva è il graduale abbandono del debito denominato in dollari Usa. Per molto tempo il Brasile e il Messico, come molti altri Paesi emergenti, si sono indebitati in dollari per beneficiare di costi di finanziamento inferiori, anche a costo di elevati rischi di cambio. Ma quell’era è finita: quasi tutto il debito pubblico del Brasile è ora emesso in real e quasi l'80% di quello del Messico in pesos. E le conseguenze sono importanti: un rischio di cambio notevolmente ridotto e una maggiore disciplina fiscale. Ormai, infatti, qualsiasi squilibrio nelle finanze pubbliche viene immediatamente punito sui mercati.
Che sia una coincidenza o no, entrambi i Paesi mostrano una governance significativamente più rigorosa rispetto al passato. Politiche fiscali più prudenti, Banche centrali realmente indipendenti e una ritrovata credibilità nella lotta all'inflazione; un quadro che è profondamente migliorato e che attrae sempre di più gli investitori internazionali alla ricerca di rendimenti. E il conflitto in Medio Oriente non ha fatto altro che rafforzare la loro capacità di attrazione: mentre l'Asia, fortemente dipendente dal petrolio del Golfo, desta preoccupazione a causa della sua esposizione all'inflazione, Brasile e Messico raccolgono i frutti della loro resilienza.
Verso una nuova fase
Non son, però, tutte rose e fiori: a fine 2025, sia in Brasile che in Messico, la crescita si è fermataall'1,8%. Il credito era diventato, infatti, proibitivamente costoso e, per contenere la minaccia dell'inflazione, le rispettive Banche centrali hanno dovuto adottare misure restrittive drastiche. In Brasile il tasso Selic, il tasso di riferimento, è salito così al 15% alla fine del 2025, per poi scendere leggermente al 14,75% nel marzo 2026. In Messico, dopo essere rimasto all'11% nel biennio 2023-2024, il tasso di riferimento è sceso ormai al 6,75%. Dei cambiamenti che indicano un punto di svolta e che aprono la strada a condizioni finanziarie sempre più favorevoli.
Brasile: una ripartenza promettente
In Brasile, il ciclo di ribassi dei tassi è iniziato in un contesto particolarmente favorevole. La disoccupazione è ai minimi storici, i salari reali sono in aumento e la fiducia delle famiglie si sta rafforzando. E, se a ciò si aggiunge un credito sempre più accessibile, ecco una combinazione favorevole a una ripresa della crescita, anche perché l'attrattiva del Paese non si limita affatto al petrolio. Il Brasile dispone, infatti, di una delle maggiori riserve mondiali di terre rare, che sono diventate strategiche nell’attuale contesto di competizione tra Stati Uniti, Cina ed Europa. In un momento in cui la sicurezza degli approvvigionamenti è cruciale, il Paese si trova quindi in una posizione di forza. Tra prospettive di investimento, ripresa ciclica e solide basi macroeconomiche, il Brasile sembra quindi ben posizionato per proseguire lungo una traiettoria positiva.
Messico: l’ombra lunga di Trump
La dinamica messicana è diversa da quella brasiliana e strettamente legata al suo vicino settentrionale. È perciò impossibile analizzare il Messico senza tener conto di Washington e delle scelte, a volte imprevedibili, della Casa Bianca. Il Paese continua a beneficiare del nearshoring, ovvero dell'accorciamento delle catene di produzione per servire il mercato americano. Questa dipendenza dagli Usa ha, però, un lato negativo. Nel 2025 i dazi hanno pesato notevolmente, in particolare sul settore automobilistico, penalizzato dalle misure imposte da Donald Trump. La prudenza delle autorità messicane si spiega anche con la revisione dell'USMCA (accordo di libero scambio tra Stati Uniti, Messico e Canada) prevista per il 2026. E, in una fase politica tesa negli Stati Uniti con anche l’avvicinarsi delle elezioni di midterm, non è escluso che Washington possa chiedere ulteriori concessioni ai suoi partner per rispondere alle pressioni interne. Nonostante queste incertezze, le prospettive del Messico rimangono comunque positive. La domanda interna resta forte, trainata dall'aumento dei salari reali, da condizioni di credito più accomodanti e dal progressivo ritorno degli investitori una volta che saranno chiariti i dettagli del nuovo accordo USMCA. Dopo un 2025 deludente (crescita dello 0,8%), l'economia messicana dovrebbe accelerare nel 2026 e nel 2027.
Come investire?
Le azioni brasiliane e le azioni messicane fanno, parte dei nostri portafogli equilibrato e dinamico (con una quota pari al 5% per ciascun mercato). Non sono invece da acquistare le obbligazioni in real e in peso messicani.