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Cina e Australia

Cina e Australia

Data di pubblicazione 02 ottobre 2026
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Autore: Alberto Cascione

Australia e Cina: due economie sotto pressione, due risposte diverse

Mentre l'Australia stringe ancora la politica monetaria per frenare l'inflazione, Pechino punta su misure mirate per sostenere la domanda interna

Australia: tassi ai massimi dal 2011

Per la quarta volta quest'anno, la Banca centrale australiana ha alzato i tassi di riferimento, passati dal 3,6% di inizio anno al 4,6%, il livello più alto da ottobre 2011. La scelta risponde a un'inflazione ancora troppo elevata, al 4,0% in agosto, che il rincaro del petrolio a settembre potrebbe alimentare ulteriormente. Per le famiglie australiane il credito più caro è una cattiva notizia. L'economia continua a crescere a ritmo moderato (+2,1% nel secondo trimestre), sostenuta da consumi, spesa pubblica ed esportazioni minerarie, ma l'aumento dei tassi sta erodendo progressivamente la fiducia. Gli investimenti privati calano, i prezzi degli immobili cedono leggermente e il mercato del lavoro mostra segnali di rallentamento: il tasso di disoccupazione ha raggiunto il 4,6% in agosto, il massimo dal 2022. Nonostante queste difficoltà, l'Australia conserva solidi punti di forza che dovrebbero consentirle di resistere al credito caro meglio di molte altre economie. Per questo il mercato resta attraente ai nostri occhi e continua a pesare per il 5% nei nostri portafogli dinamici.

Cina: nuove misure di sostegno, ma bastano?

Consapevoli del raffreddamento della domanda interna, le autorità cinesi hanno annunciato un nuovo pacchetto di misure a favore dell'economia. Presentate all'indomani del vertice Trump-Xi, le iniziative mirano a rilanciare consumi e investimenti domestici. Tra gli interventi figurano nuova liquidità per le banche, destinata a sostenere il finanziamento dei settori strategici, come tecnologia e infrastrutture, e delle PMI. La Banca centrale ha inoltre ridotto di 0,25 punti uno dei suoi tassi di riferimento, quello a cui gli istituti si rifinanziano, che scende all'1,5%. Anche le famiglie sono coinvolte: i giovani che acquistano la prima casa riceveranno un sussidio sul mutuo per i primi cinque anni del prestito.

I mercati hanno accolto l'annuncio con prudenza, segno che gli investitori dubitano della capacità di queste misure di rilanciare in modo duraturo l'attività. Come spesso accade in Cina, non si tratta di un piano massiccio con un forte effetto annuncio, ma di un insieme di interventi mirati e limitati. È legittimo chiedersi se da soli bastino a rilanciare una crescita che ha rallentato nettamente nel secondo trimestre (+4,3%), mettendo a rischio l'obiettivo di Pechino per il 2026 (tra il 4,5% e il 5,0%).

Riteniamo quindi probabile che nei prossimi mesi serviranno nuovi interventi. Se la domanda interna resta debole, tuttavia, la competitività dei prodotti cinesi sui mercati internazionali rimane intatta. Alcune esportazioni creano tensioni nei Paesi in disavanzo commerciale, ma l'Impero di Mezzo produce anche numerosi beni di cui il resto del mondo non può più fare a meno. La Cina mantiene così importanti vantaggi sul fronte del commercio estero, mentre i progressi tecnologici applicati ai processi produttivi rafforzano ulteriormente l'efficienza e la competitività della sua industria. In questo contesto è difficile ignorare la seconda economia mondiale. Continuiamo quindi a investire in Cina in tutti i nostri portafogli diversificati.

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