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Buyback Tesoro Usa

Buyback Tesoro Usa

Data di pubblicazione 25 agosto 2026
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Autore: Alberto Cascione

Buyback del Tesoro Usa sui Treasury: cosa succede? Funzionerà?

Tra interventi sullo yen, buyback raddoppiati e l'ipotesi di attingere alla cassa del Tesoro, Bessent moltiplica le mosse per convincere i Bond Vigilantes ad accontentarsi di rendimenti più bassi. Ma tutto ciò bastrà a convincre gli scettici? E  mercati?

Quando, lo scorso novembre, il Segretario al Tesoro Scott Bessent si autodefinì "il principale venditore di obbligazioni della nazione", pochi immaginavano, e molto probabilmente neppure lui, quanto quella metafora commerciale sarebbe diventata calzante — e quanto sarebbe diventato difficile, nei mesi successivi, concludere le vendite. Perché i clienti a cui Bessent si rivolge, i cosiddetti Bond Vigilantes, non sono acquirenti facili da convincere: quando non gradiscono ciò che viene loro offerto, semplicemente rifiutano di comprare se non a un prezzo più basso, il che equivale, sui mercati obbligazionari, a rendimenti più alti. Ed è esattamente quello che è successo: il decennale ha toccato il massimo dell'anno, il trentennale è salito a livelli che non si vedevano dal 2007.

Bond Vigilants e buyback Tesoro Usa

LE TRE MOSSE DI BESSENT

Di fronte a questa resistenza, Bessent ha messo in campo tre mosse ravvicinate, quasi tre tentativi diversi di rilanciare l’appetito verso i titoli di Stato Usa. Il primo è arrivato sul fronte valutario, quando il Tesoro si è unito al Giappone in un intervento raro per sostenere lo yen, precipitato ai minimi da decenni: l'obiettivo, neanche troppo velato, era evitare che Tokyo fosse costretta a liquidare quote dei propri Treasury per difendere la moneta. Paradossalmente, la mossa ha sortito l'effetto opposto a quello sperato, perché ha ricordato agli investitori quanto il debito americano dipenda dalla disponibilità di partner stranieri a continuare a finanziarlo — una dipendenza che, se richiamata alla mente nel momento sbagliato, genera più nervosismo che fiducia.

Il secondo tentativo ha riguardato lo strumento più tradizionale a disposizione del Tesoro: i buyback. Mercoledì scorso Bessent ha raddoppiato il ritmo dei riacquisti sui titoli dai 10 ai 30 anni, portandoli a 4 miliardi di dollari per operazione — uno strumento che, ai tempi dell’allora governatrice della FED, Janet Yellen, serviva principalmente a mantenere ordinata la liquidità del mercato secondario, ripulendolo dai titoli meno scambiati. Ma quello che sotto Yellen era manutenzione tecnica, sotto Bessent sembra essersi trasformato in leva politica, visto che il Segretario del Tesoro ha lasciato intendere che i buyback potrebbero superare ampiamente i 4 miliardi attuali, diventando "almeno il doppio" di quanto previsto, e ha rivendicato per il Tesoro una vasta "cassetta degli attrezzi" per intervenire sui mercati.

La terza carta, la più originale, è emersa solo pochi giorni dopo, quando indiscrezioni di stampa hanno riportato che il Tesoro starebbe valutando di attingere al proprio Treasury General Account — cioè il conto corrente che tiene presso la Fed, gonfio di quasi 935 miliardi di dollari — per finanziare direttamente i riacquisti di titoli ad alto rendimento. È un'idea che rompe con l'ortodossia: di norma queste operazioni si finanziano emettendo nuovo debito a breve termine, non attingendo alla liquidità di cassa. La notizia, va detto, ha funzionato meglio delle precedenti: il rendimento del decennale è sceso sulla sola indiscrezione. Ma gli scettici non sono mancati. C’è chi dubita che il Tesoro sacrificherà davvero una parte consistente del proprio cuscinetto di sicurezza, pensato per fronteggiare emergenze operative o finanziarie; altri osservatori si chiedono se l'improvvisa disponibilità a deviare dalla linea storica di "regolarità e prevedibilità" non nasconda un calcolo elettorale, in vista del voto di novembre. Infin, c’è anche chi avverte che manovre di questo tipo rischiano di indebolire il dollaro e riaccendere le pressioni inflazionistiche, senza toccare le cause profonde della salita dei rendimenti.

FUNZIONERANNO LE TRE MOSSE?

La vendita dei titoli lunghi nasce da forze macroeconomiche che nessun buyback può disinnescare: una crescita ancora resiliente, un deficit pubblico che continua a pesare, l'incertezza sulla rotta di politica monetaria che la FED di Kevin Warsh dovrà tracciare, i rischi legati a energia e inflazione, e non ultima la fame di capitali generata dagli investimenti colossali nell'intelligenza artificiale. In altri termini, affinché i rendimenti possano davvero scendere, servirebbe un rallentamento della crescita, un'inflazione in discesa, maggiore chiarezza sulla FED, un consolidamento fiscale credibile.

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