Nel secondo trimestre del 2026 l'economia è cresciuta a un ritmo annualizzato dell'1,5%, in evidente rallentamento rispetto al 2,1% segnato nei primi tre mesi dell'anno. A un primo sguardo si tratterebbe di un segnale di raffreddamento, ma la composizione interna della crescita racconta una storia diversa e per certi versi più incoraggiante.
I consumi delle famiglie, che da soli pesano per oltre due terzi dell'attività economica americana, sono stati rivisti al rialzo al 3,4%, mentre gli investimenti delle imprese in beni non residenziali hanno segnato un balzo dell'8,5%, un dato che suggerisce una fiducia ancora solida da parte del settore privato nel destinare capitale a nuovi progetti. Ancora più significativo è il progresso della domanda interna privata finale, l'indicatore che gli economisti considerano il termometro più affidabile della salute sottostante dell'economia: la revisione al 4,2% rappresenta il livello più alto registrato da oltre tre anni.
Non tutto, però, rema nella stessa direzione. La spesa pubblica si è contratta dell'1%, penalizzata soprattutto dal taglio delle uscite federali non legate alla difesa, e sul fronte dei prezzi il quadro resta scomodo per la Federal Reserve: l'inflazione core PCE del trimestre è stata rivista al rialzo, passando dal 3,4% al 3,6% annualizzato, ben al di sopra dell'obiettivo del 2% fissato dalla banca centrale.
È proprio sul fronte dei prezzi che arrivano le notizie più recenti, relative al mese di luglio, e sono queste a delineare lo scenario più attuale per chi osserva le mosse della Fed. Il PCE complessivo è salito dello 0,2% su base mensile, mentre il core PCE ha replicato lo stesso incremento contenuto, portando il dato tendenziale al 3,3%. Un'inflazione, dunque, che non accelera ma nemmeno rientra rapidamente: procede lungo un sentiero di discesa lento e senza scosse.

