Bank of England: ferma ma in allerta
La Bank of England ha mantenuto il tasso d'interesse al 3,75%, con un voto tutt'altro che unanime: 6 membri a favore di non fare nulla contro 3 favorevoli a un rialzo immediato. Il governatore ha spiegato che l'impatto dell'attuale shock energetico sull'economia britannica resta finora contenuto, ma un periodo prolungato di prezzi elevati potrebbe rendere necessaria una stretta monetaria e infatti i rischi per l'inflazione sono giudicati oggi più orientati al rialzo rispetto a luglio, con proiezioni che indicano un possibile superamento del 4% all'inizio del 2027, ben oltre l’obiettivo del 2%. Nonostante l'assenza di un rialzo immediato, i mercati hanno reagito con cautela: le aspettative di future strette monetarie si sono ridimensionate dopo un comunicato giudicato meno aggressivo del previsto, mentre i titoli di Stato britannici sono saliti, con il rendimento del gilt trentennale in calo. Se ci sarà un rialzo, la riunione di novembre potrebbe essere la prima data utile.
Brasile: taglio dei tassi alla vigilia del voto
Controcorrente rispetto a Londra e Tokyo, la banca centrale brasiliana ha tagliato i tassi, portandoli al 13,75%, complice il rallentamento dell'inflazione e un'attività economica in progressivo indebolimento. È il primo taglio dei tassi alla vigilia di un'elezione presidenziale in vent'anni. La decisione, approvata all'unanimità è arrivata in un clima di forte incertezza politica: le elezioni del 4 ottobre vedono il presidente Lula e il senatore Flávio Bolsonaro in sostanziale parità nei sondaggi, con gli investitori concentrati sui rispettivi programmi in materia di debito pubblico e spesa fiscale. Un eventuale deterioramento della fiducia fiscale potrebbe indebolire il real, alimentare l'inflazione e frenare ulteriori tagli. Il messaggio della banca centrale è che il ciclo di allentamento proseguirà, ma con gradualità, condizionato da inflazione, esito elettorale e contesto finanziario globale.
Giappone: rialzo diviso sotto pressione USA
In direzione opposta si muove la Bank of Japan, che ha alzato i tassi dello 0,25 portandoli all'1,25% — il livello più alto degli ultimi decenni. La decisione non è stata unanime: due membri hanno votato contro, segnalando crescenti resistenze interne alla velocità della normalizzazione. Si tratta del sesto rialzo sotto la guida di Kazuo Ueda e dell'intervallo più breve tra due strette dal 1990. La mossa arriva dopo pressioni ripetute del Segretario al Tesoro USA Bessent, favorevole a una politica più restrittiva per sostenere lo yen e ridurre la necessità di interventi valutari congiunti. Paradossalmente, nonostante il rialzo dei tassi, lo yen si è indebolito fino a 157,14 sul dollaro, mentre il Nikkei 225 ha guadagnato fino al 2%, favorito dal vantaggio competitivo di una valuta più debole: il mercato ha letto il voto diviso come un segnale meno aggressivo delle attese. Sul fronte inflazione, la BOJ segnala rischi persistenti al rialzo: i prezzi restano sopra il target del 2% da quattro anni consecutivi, e le imprese trasferiscono sempre più i costi su prezzi finali e salari. La banca centrale ha ribadito l'intenzione di proseguire con nuovi rialzi se l'economia evolverà come previsto — i mercati assegnano già circa l'80% di probabilità a un'ulteriore stretta entro dicembre.

