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Obbligazioni

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Data di pubblicazione 18 giugno 2024
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Autore: Michela Sirtori

Spread: tre motivi per sfatare un mito

Ma davvero un aumento dello spread fa aumentare il costo del nostro debito pubblico, e quindi il peso che grava sulle nostre tasche? Non sempre! Ecco perché. 

Primo: lo spread è una differenza

Partiamo dall’inizio: cos’è lo spread? Non è un rendimento in valore assoluto, ma un dato “relativo”. È la differenza tra il rendimento pagato da un BTp decennale e il rendimento pagato da un titolo di Stato tedesco (si chiama Bund) con la stessa scadenza decennale.

Questo significa che lo spread dipende da come si muovono entrambi i termini della differenza. Può aumentare se il rendimento pagato dal BTp aumenta, ma può aumentare anche se il rendimento del BTp rimane fermo, se nel frattempo il rendimento del Bund è diminuito.

Facciamo un esempio: se il BTp paga il 5% di interessi e il Bund paga il 3,5%, lo spread è dell’1,5% (o 150 punti base, vedi riquadro). Se il rendimento del BTp resta fermo al 5%, ma il rendimento del Bund cala al 3%, lo spread è aumentato al 2%... ma lo Stato italiano non paga un centesimo di più!

Addirittura, ci può essere un caso ancora più “estremo”: lo spread può aumentare anche se il rendimento del BTp diminuisce, se nel frattempo il rendimento del bund è sceso ancora di più. Tornando al nostro esempio di prima: se il rendimento del BTp cala dal 5% al 4,5%, ma il rendimento del bund cala dal 3,5% al 2,5%, lo spread aumenta al 2%... eppure lo Stato italiano sta addirittura pagando interessi più bassi sui suoi BTp.

Morale: ci sono tante combinazioni per far aumentare lo spread, e non tutte portano a un maggior costo per lo Stato. La tabella qui sotto ti dà un riassunto.

SPREAD: TUTTI I MODI IN CUI PUÒ AUMENTARE

Rendimento BTp

+                                 

=                                

++                                  

+                              

-                                      

Rendimento Bund

=

-

+

-

--

Spread

+

+

+

+

+

++ o - - significa variazioni, in aumento o in diminuzione, maggiori rispetto a + o -.

 

QUEL NUMERO MISTERIOSO
Anche se lo spread è una differenza tra due tassi di interesse, spesso ne senti parlare sui giornali come un numero assoluto… “lo spread è arrivato a 200”, “lo spread è calato a 150”… ma che significano questi numeri? Convenzionalmente, lo spread è espresso in “punti base”, e un “punto base” equivale allo 0,01%. Tradotto, 200 punti base equivalgono a un 2%, 150 punti base equivalgono a un 1,5%, e così via.

Secondo: lo spread influisce solo sulle nuove emissioni

Supponiamo pure che lo spread sia aumentato perché è aumentato il rendimento dei BTp italiani. Ma questo non va a pesare su tutto il debito pubblico! In caso di aumento dello spread lo Stato pagherà di più, ma solo sui nuovi titoli che emette ora per sostituire quelli in scadenza. Sui titoli già in circolazione… i giochi sono fatti: il tasso di interesse è stato stabilito al momento della loro emissione, e qualunque cosa succeda dopo, quel BTp continuerà a pagare gli stessi interessi. Anche qui, facciamo un esempio: supponiamo che lo Stato abbia emesso l’anno scorso un BTp su cui paga il 4% di interessi annui. Ora lo spread aumenta e per collocare un BTp “gemello” del precedente lo Stato deve pagare il 5%. Ma sul BTp emesso lo scorso anno, continuerà a pagare il 4%!

Bene, ma quanti sono i nuovi titoli emessi ogni anno? La “vita media” di un titolo di Stato italiano è di circa 7 anni. Questo significa che, sempre in media, ogni anno lo Stato deve “rinnovare” con nuove emissioni circa un settimo, cioè il 15% del debito pubblico, ed è solo su questa “fetta” che peserà un eventuale aumento dello spread. 

E I TITOLI A TASSO VARIABILE?
Vero: un aumento dello spread può portare lo Stato a pagare di più anche sui titoli già esistenti, se sono a tasso variabile. Ma al momento, rappresentano ancora una minoranza: già da soli i BTp (che sono a tasso fisso) rappresentano circa i tre quarti del debito pubblico italiano.

Terzo: non esiste solo il decennale

All’inizio ti abbiamo detto che lo spread è calcolato sulla differenza di rendimento tra due titoli decennali, quello italiano e quello tedesco. È una convenzione dovuta al fatto che la scadenza decennale è tra le più “gettonate”, ma non è l’unica!

Lo Stato emette titoli di Stato con scadenze molto diverse: da pochi mesi (per i BoT) fino a 50 anni, e oltre. Se il rendimento da pagare sul decennale aumenta (e quindi lo spread aumenta), non è detto che anche il rendimento da pagare su scadenze più brevi, o più lunghe, sia aumentato della stessa misura. Può capitare, per esempio, che il rendimento da pagare sul titolo decennale sia aumentato, ma che il rendimento da pagare su un titolo con scadenza triennale sia rimasto lo stesso.

Non solo: lo Stato può anche “manovrare”, entro certi margini, la scadenza delle nuove emissioni. In altre parole: se oggi scade un BTp decennale, non è detto che lo Stato debba per forza emettere un altro titolo decennale per sostituirlo. Se, per esempio, i tassi di mercato in questo momento sono bassi, può “approfittarne” per emettere titoli più lunghi, e pagare così interessi più bassi per un periodo più lungo. Viceversa, se in questo momento i tassi sono alti, può emettere titoli più “brevi” sperando che, tra uno o due anni, possa emetterne altri a condizioni migliori. 

Ma allora non dobbiamo guardare lo spread?

No, tutt’altro. Lo spread è, e resta, un importante termometro dello stato di salute dei nostri conti pubblici e della fiducia che i mercati internazionali ci accordano: più gli investitori considerano lo Stato italiano come un creditore “a rischio”, più chiederanno interessi alti per fidarsi ed affidargli i propri capitali. L’importante, però, è saper interpretare correttamente non solo lo spread, ma anche tutti i dati che stanno dietro questo numero. E ora sai come fare.