La settimana delle obbligazioni. Bond e valute nel mezzo della tempesta
La settimana delle obbligazioni
La settimana delle obbligazioni
Il conflitto in Iran ha ovviamente creato scompiglio sui mercati, anche su quelli obbligazionari e valutari, perché gli investitori hanno dato priorità al rischio inflazione. Il carovita può infatti tornare a salire a causa del rialzo dei prezzi del petrolio e del gas – vedi a lato – e dunque i mercati si sono messi a scontare tassi più alti. I rendimenti sono saliti un po’ ovunque, seppur non in maniera omogenea. Nella zona euro i rendimenti dei Bund a 10 anni sono saliti dello 0,2% in settimana, mentre quelli del BTp dello 0,35%. C’è stato dunque un allargamento dello spread, pari a 15 punti base (lo 0,15%). In un contesto di rendimenti in rialzo, i Paesi con rating più bassi soffrono inevitabilmente di più. Sono aumentati anche i rendimenti dei titoli di Stato Usa, che hanno conosciuto un rialzo analogo a quello dei Bund tedeschi (+0,2%). A livello valutario, c’è invece un vincitore: il dollaro americano. Il cosiddetto Dollar Index, che misura il valore del dollaro statunitense rispetto a un paniere di sei principali valute estere (euro, yen, sterlina, dollaro canadese, corona svedese e franco svizzero) e funge da barometro per la forza del dollaro sui mercati globali, è infatti salito. Se poi consideriamo solo il cambio tra dollaro ed euro, il biglietto verde è salito del 2,1% nei confronti della moneta unica. Com’è possibile che i titoli di Stato Usa perdano valore, ma il dollaro Usa guadagni? La settimana scorsa abbiamo visto un fenomeno raro: persino l'oro ha faticato a tenere il passo del dollaro, perché molti investitori hanno preferito la liquidità pura rispetto ad altri beni rifugio. Dunque, il cosiddetto fly-to-quality, cioè lo spostamento dei capitali verso beni più sicuri, è avvenuto in termini valutari – il dollaro è tornato a fungere da bene rifugio, ma investendo su strumenti diversi rispetto ai titoli di Stato Usa (la liquidità in dollari).
Se la prospettiva di un’inflazione più alta a causa del conflitto in Iran crea scompiglio sui mercati, i dati macroeconomici giunti la scorsa settimana mettono Fed e Bce in una situazione ancor più scomoda. L'inflazione nella zona euro ha infatti sorpreso negativamente a febbraio, salendo all'1,9% contro l'1,7% atteso, trainata soprattutto dai prezzi dei servizi (+3,4%). La tendenza è destinata ad accentuarsi a marzo, quando i prezzi energetici — finora in calo — invertiranno la rotta a causa della guerra in Medio Oriente, spingendo l'inflazione, presumibilmente, oltre il 2% obiettivo. Sul fronte della crescita, l'eurozona ha rivisto al ribasso il Pil del quarto trimestre 2025 allo 0,2% trimestrale, rispetto allo 0,3% inizialmente stimato. Dunque, la Bce si trova con una crescita che rallenta, cosa che richiederebbe una politica espansiva, ma con un’inflazione sopra le attese, che potrebbe per di più accelerare – fenomeno che richiederebbe una politica restrittiva.
Negli Stati Uniti, il mercato del lavoro lancia segnali preoccupanti: a febbraio sono stati persi 92.000 posti, contro i 58.000 nuovi attesi. Da maggio 2025 l'economia americana ha complessivamente perso 19.000 posti di lavoro. Anche la Fed si trova in una posizione difficile: un mercato del lavoro debole spingerebbe a tagliare i tassi, ma un'escalation in Iran potrebbe far risalire l'inflazione, rendendo necessario un rialzo. Questo scenario mette la Banca centrale in una situazione molto scomoda.