La settimana delle obbligazioni: i mercati e la paura inflazione
La settimana delle obbligazioni
La settimana delle obbligazioni
I dati sull’inflazione negli Usa rappresentano tradizionalmente uno degli indicatori più osservati dai mercati finanziari. La stabilità dei prezzi è infatti uno degli obiettivi principali della Federal Reserve e dall’andamento dell’inflazione dipendono in larga misura le decisioni sui tassi di interesse e quindi sul costo del credito. La misura più osservata dalla Fed, l’indice PCE di fondo – che esclude cibo ed energia – è aumentata dello 0,4% nel mese e del 3,1% su base annua: il livello più elevato degli ultimi due anni, trainato soprattutto dai servizi. Il dato complessivo di inflazione di febbraio, pari al 2,4%, è stato accolto invece con relativa indifferenza dai mercati perché identico a quello del mese precedente. Tuttavia, il contesto internazionale è cambiato rapidamente: dalla fine di febbraio il prezzo del petrolio WTI è passato da circa 64 dollari a un intervallo tra 90 e 100 dollari, con un aumento vicino al 50% legato alle tensioni in Medio Oriente. Questo rincaro dell’energia rischia di modificare le prospettive inflazionistiche e i mercati guardano con attenzione al dato di marzo, temendo un’accelerazione dei prezzi. La situazione è resa più complessa anche dalla revisione al ribasso del Pil dell’ultimo trimestre del 2025, sceso dall’1,4% allo 0,7%. Nel mese di gennaio i consumatori statunitensi hanno mostrato una certa cautela: la spesa reale è cresciuta appena dello 0,1%, segnale che molte famiglie hanno rallentato dopo il periodo delle festività. La domanda si è concentrata soprattutto su servizi essenziali come salute, abitazione e assicurazioni, mentre gli acquisti di beni hanno registrato una frenata più evidente. Tuttavia, sul fronte della politica monetaria, la situazione appare più delicata. La Federal Reserve è ampiamente attesa mantenere i tassi invariati nel prossimo incontro, ma la persistenza delle pressioni inflazionistiche potrebbe costringere l’istituto a rinviare ulteriormente eventuali tagli, nonostante le pressioni politiche dell’amministrazione Trump.
Le preoccupazioni per l’inflazione riguardano però anche l’Europa. Anche qui i tassi obbligazionari sono in aumento, sia sulle scadenze brevi sia su quelle lunghe. All’inizio dell’anno, con un’inflazione inferiore agli obiettivi, sembrava esserci spazio per allentare la politica monetaria e sostenere economie ancora fragili. Il conflitto in Medio Oriente ha, però, cambiato lo scenario. I governi europei dispongono di margini fiscali limitati e difficilmente potranno compensare l’aumento dei prezzi dell’energia. È quindi probabile una nuova accelerazione dell’inflazione, che potrebbe spingere la Bce ad aumentare i tassi nel 2026. I rendimenti dei titoli sovrani europei sono infatti saliti: il tasso francese a dieci anni è al 3,67%, quello italiano al 3,8%, mentre il Bund tedesco è al 2,98%. Se il rialzo ci sarà, sarà però più avanti: anche per la riunione della Bce di questa settimana le attese sono per tassi fermi.
La situazione pesa anche sul Giappone, fortemente dipendente dalle importazioni energetiche dal Medio Oriente. L’aumento dei prezzi dell’energia rischia di ridurre la competitività delle esportazioni e di riaccendere l’inflazione. Gli investitori ne sono consapevoli e lo yen si è indebolito dello 0,5% la scorsa settimana.