Con la scorsa settimana si può dire che la guerra in Medio Oriente ha definitivamente cambiato le carte in tavola per le Banche centrali di tutto il mondo. Da Washington a Francoforte, da Tokyo a Sydney, il conflitto che coinvolge Iran, Israele e Stati Uniti ha riscritto previsioni, riorientato comunicazioni e, in alcuni casi, spinto a decisioni che poche settimane fa sembravano impensabili.
La Federal Reserve ha mantenuto i tassi nell’intervallo compreso tra il 3,5%-3,75%, come da attese, con un voto di 11 a 1 – praticamente quasi l’unanimità. Le nuove proiezioni della Banca centrale americana segnalano un'inflazione rivista al rialzo al 2,7% per il 2026 e una crescita limata verso l'alto al 2,4%. L'impatto del conflitto sui prezzi del petrolio è giudicato ancora incerto, ma sufficiente a giustificare la cautela. I mercati, nel frattempo, hanno ridotto al lumicino le speranze di un taglio dei tassi.
Anche alla Banca centrale europea la scelta è ricaduta sul confermare i propri tre tassi di riferimento — depositi al 2%, rifinanziamento principale al 2,15%, marginale al 2,40% — mentre le sue stime sono state riviste visibilmente al ribasso. La crescita dell'eurozona nel 2026 viene tagliata allo 0,9%, l'inflazione sale al 2,6%, ben oltre l'obiettivo. Christine Lagarde ha ribadito la disponibilità a fare tutto il necessario per centrare l’obiettivo del 2%, senza però offrire indicazioni su tempi o direzione. La parola d'ordine è una sola: raccogliere dati e aspettare, riunione dopo riunione.
Ma la scorsa settimana non è stata la volta solo di Bce e Fed: Bank of Japan, Riksbank (Svezia), Swiss National Bank (Svizzera) e Bank of England hanno tutte confermato i tassi invariati, ma con toni profondamente diversi. La BOJ resta allo 0,75% e non esclude un rialzo già ad aprile, subordinato all'andamento dell'inflazione. La Riksbank mantiene l'1,75% e prevede di restare ferma fino al 2027, pur rivedendo al rialzo le stime di inflazione per il 2026. La SNB, con il franco ai massimi degli ultimi undici anni spinto dai flussi di chi cerca un rifugio, lascia i tassi a zero e ribadisce la disponibilità a intervenire sul mercato valutario. È la Bank of England a cambiare registro in modo più netto: voto unanime 9-0, ma tono da falco, con i mercati che si aspettano due rialzi dello 0,25% entro fine anno.
Anche al di fuori dell’Occidente le reazioni sono state significative. La Reserve Bank of Australia ha alzato i tassi per la seconda volta consecutiva, portandoli al 4,1%, il livello più alto dalla metà del 2023, con la governatrice Bullock che ha invocato l'urgenza di agire prima che i rincari energetici si trasmettano all'intero sistema dei prezzi. In Turchia, il ciclo di tagli è stato interrotto: i tassi restano al 37%, con la lira e i prezzi dell'energia come principali fattori di rischio. L'Indonesia ha scelto di tenere i tassi fermi al 4,75% e di agire sul mercato dei cambi per proteggere la rupia, senza intaccare le riserve.
Insomma, il filo rosso che unisce tutte queste decisioni è lo stesso: nessuna Banca centrale sa con certezza dove andrà il conflitto, né quanto durerà lo shock energetico. Ognuna ha scelto la propria risposta, ma tutte navigano a vista — in quella che la letteratura chiama una stanza buia.
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