Il conflitto in Medio Oriente sta lasciando il segno ben oltre i confini della regione. I suoi effetti si propagano sui mercati di tutto il mondo attraverso due canali principali: l'impennata dei prezzi energetici e la conseguente risalita dell'inflazione. I primi segnali concreti arrivano dalla Spagna, dove i dati di marzo mostrano un'inflazione al 3,3% su base annua — contro il 2,5% di febbraio — con un balzo dell'1,5% rispetto al solo mese precedente. È il primo dato disponibile per una grande economia europea – questa settimana arriva il dato complessivo della zona euro, e lascia già intuire una tendenza preoccupante per l'intera area. La Spagna se la cava meglio grazie ai suoi investimenti nelle rinnovabili, ma altrove — in Germania e soprattutto in Italia — i prezzi dell'energia restano molto elevati. La risposta della Bce sembra inevitabile: nuovi rialzi dei tassi sono attesi a breve, con conseguenze sulla crescita del Continente.
Il Giappone si trova in una situazione ancora più delicata. Il Paese è storicamente dipendente dal petrolio mediorientale, e la chiusura dello Stretto di Hormuz rappresenta per Tokyo uno scenario da incubo. Il tasso sui titoli di Stato a 10 anni ha raggiunto un livello che non si vedeva dal 1999, mentre il cambio si avvicina pericolosamente alla soglia dei 160 yen per un dollaro. Le Autorità corrono ai ripari come possono, riattivando persino le vecchie centrali a carbone, ma si tratta di soluzioni tampone. Senza un allentamento della crisi nel Golfo, il Giappone rischia di essere tra i Paesi più colpiti, schiacciato tra il caro petrolio e un dollaro sempre più costoso in termini di yen — una doppia pressione che erode il potere d'acquisto dei cittadini e la competitività delle imprese.
In questo quadro difficile, non mancano notizie positive. L'Unione Europea ha colto l'occasione per guardare oltre le emergenze del momento, siglando un accordo di libero scambio con l'Australia. L'intesa punta a ridurre i dazi, con un risparmio stimato in un miliardo di euro l'anno per gli esportatori europei, e ad accelerare gli scambi di circa un terzo nel prossimo decennio, a vantaggio soprattutto dei settori dei macchinari, chimico e auto. L'accordo ha anche una valenza strategica: l'Europa vede l'Australia come fonte alternativa di terre rare, riducendo la dipendenza dalla Cina. Anche l’Australia, però, non è immune alla crisi: dipende dai prodotti raffinati asiatici, a loro volta ottenuti dal petrolio del Golfo, con rischi concreti per i settori minerario e agricolo in caso di prolungamento del conflitto.
Dall'altra parte dell'Atlantico, il Messico ha scelto una strada diversa, abbassando i tassi dello 0,25% portandoli al 6,75% per dare respiro a un'economia in timida ripresa. Una scelta non priva di rischi, in un contesto in cui l'inflazione è già al 4,63% e il peso potrebbe indebolirsi ulteriormente. Le Autorità hanno, però, chiarito che il ciclo di tagli sta per finire, con un obiettivo finale intorno al 6,5%, proprio per contenere la pressione sulla valuta. Il Messico produce petrolio, ma non è autosufficiente: dipende ancora dagli Stati Uniti per quasi la metà dei suoi carburanti, acquistati in dollari e ai prezzi di mercato — un elemento di vulnerabilità che, in questo scenario, non va sottovalutato.
COME SONO ANDATI I PRODOTTI
- Ishares Eu Govt Bond 5-7y: -0,3%
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