L'inflazione torna a fare paura nell'area euro. A marzo il tasso annuo è salito al 2,5%, dal precedente 1,9% di febbraio, raggiungendo il livello più alto da gennaio 2025. Il principale imputato è l'energia: i prezzi energetici sono balzati al +4,9% su base annua, ribaltando il -3,1% del mese precedente, sull'onda delle tensioni geopolitiche legate al conflitto in Iran, che ha scosso i mercati di petrolio e gas con effetti immediati sui listini al consumo. A rassicurare, almeno in parte, è l'andamento dell'inflazione di fondo, cioè quella senza contare energia e alimentari, scesa al 2,3%, sotto le attese del 2,4%. Rallentano anche servizi, alimentari e beni industriali non energetici: le pressioni strutturali sembrano dunque sotto controllo. Questo non significa che non c’è alcun pericolo derivante dal carovita: l’ampiezza e la persistenza del rialzo dei prezzi dell’energia saranno determinanti. La Bce non ha, però, perso tempo e ha già risposto con fermezza, escludendo qualsiasi ripetizione di quanto successo nel 2022, con i mercati che scontano fino a tre rialzi dei tassi dello 0,25% nel corso dell'anno, a partire dall'attuale 2%.
Le differenze tra i Paesi membri restano marcate: Germania al 2,8%, Spagna al 3,3%, Francia sotto il 2%. L'Italia si colloca in posizione intermedia: secondo l'Istat, a marzo il tasso annuo ha raggiunto l'1,7%, in lieve accelerazione rispetto all'1,5% di febbraio. Il rimbalzo è riconducibile alla risalita dei prezzi energetici e all'accelerazione degli alimentari non lavorati (+4,4%). L'inflazione di fondo scende a +1,9%, segnale che le tensioni sottostanti si moderano. Resta da monitorare il "carrello della spesa", con prezzi di alimentari e prodotti per la casa in crescita del 2,2%: un dato che pesa sul potere d'acquisto delle famiglie.
Sul fronte asiatico, la Cina offre segnali contrastanti. Il PMI manifatturiero è risalito a 50,4, superando per la prima volta nel 2026 la soglia che separa espansione da contrazione. Sale in territorio di espansione anche il PMI non manifatturiero, che sale a 50,1 da 49,5 punti. Ma i costi di produzione crescono al ritmo più rapido degli ultimi quattro anni, trascinati dal rincaro di petrolio, gas e metalli. Le imprese faticano a trasferire questi aumenti sui prezzi finali, erodendo i margini. A sostenere le esportazioni è la domanda globale legata all'intelligenza artificiale, che compensa almeno in parte le pressioni esterne.
Anche la Federal Reserve naviga in acque agitate. Powell ha riconosciuto che guerra e tariffe rendono più difficile riportare l'inflazione al 2%, scegliendo però la prudenza: la politica monetaria attuale è appropriata, meglio osservare prima di muoversi. Ha chiarito, inoltre, che alzare i tassi non fa scendere il prezzo del carburante, e che intervenire su questi eventi che colpiscono l'offerta comporta rischi di rallentamento eccessivo. I mercati hanno accolto il messaggio con sollievo, annullando, nelle loro aspettative, le possibilità di un rialzo dei tassi in questo 2026. Sul debito pubblico americano, Powell ha infine lanciato un avvertimento netto: la traiettoria attuale non è sostenibile, e tocca alla politica agire prima che la situazione peggiori.
COME SONO ANDATI I PRODOTTI
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