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Ricorso Altroconsumo al Tar Lazio contro decreto equo compenso

23 giu 2014

Altro che innovazione, così si torna indietro.

Ricorso di Altroconsumo al TAR Lazio contro il decreto Franceschini sull'aumento dell'equo compenso, la tassa sui dispositivi tecnologici per copia privata. Dai precedenti 80 milioni di euro all'anno, previsti dal decreto Bondi, si aggiungono 100 milioni di euro, prelevati dalle tasche dei consumatori grazie al sovrapprezzo nell'acquistare smartphone, tablet, chiavette usb.

Gli aumenti non sono giustificati né dai dati di utilizzo di dispositivi mobili in Italia, scenario in evoluzione stabile, né da un semplice e forzato confronto con quanto accade in Francia e Germania: la misura è anacronistica, già minoritaria in Europa - in Spagna è stata abolita di recente - dove sta scomparendo di pari passo con l'evoluzione dei modelli di business e di condivisione dei contenuti online.

Per Altroconsumo gli aumenti sono illogici e la tassa è iniqua; se ne chiede l'abolizione attraverso la petizione sul proprio sito, che ha già raggiunto i 20.000 sottoscrittori  e sulla piattaforma change.org, dove hanno aderito in 60.000.

Chi acquista legalmente musica e film da piattaforme online paga già i diritti d'autore per fruire dei contenuti e fare copie su altri supporti: è ingiusto che si paghi una tassa anche su questi dispositivi, trovandosi così a contribuire due volte.

La misura è minoritaria in Europa; l’Italia si sta spingendo nella direzione sbagliata, in controtendenza: la Spagna ha abolito l'equo compenso, per evitare di penalizzare la propria economia digitale e cercare di guardare al futuro. Un tema che si pensava caro al Governo Renzi, anche in vista del semestre italiano di presidenza europea: da mesi sulla riforma della Direttiva sul Copyright si è aperta una discussione a livello internazionale sulla revisione dell'equo compenso per copia privata, considerato da più parti un meccanismo rozzo ed obsoleto. Al contrario, il decreto è a sfavore della modernizzazione e dell'innovazione del Paese e ha aumentato le tariffe nonostante tutti gli indicatori deponessero a favore di una riduzione.

Il ministero per i Beni culturali aveva commissionato un’indagine ad hoc sulle abitudini dei consumatori per verificare se davvero le copie private di opere musicali e cinematografiche fossero cresciute negli ultimi tre anni tanto da legittimare un aumento verticale dell’equo compenso, come pretendeva la Siae, beneficiaria della tassa. I risultati di tale indagine, per lungo tempo non resi pubblici dal nuovo ministro Franceschini, erano chiare: solo il 13% dei consumatori infatti fa effettivamente copie private e di questi solo un terzo usa smartphone e tablet.

Se aggiornamento dell’equo compenso doveva esserci, avrebbe dovuto essere al ribasso, con una riduzione delle tariffe.