Quando l’inflazione aumenta, il suo effetto più immediato è la perdita di potere d’acquisto: con la stessa quantità di denaro si riesce a comprare meno. Questo fenomeno impatta in modo diretto sul bilancio familiare, perché le spese correnti – energia, alimentari, trasporti – tendono a crescere più rapidamente delle entrate, soprattutto se queste ultime sono fisse o poco indicizzate, almeno nel breve, brevissimo periodo, ma spesso anche nel lungo periodo – come testimoniano i dati sulla dinamica retributiva italiana.
In questo contesto, diventa cruciale affiancare alle fonti di reddito tradizionali strumenti finanziari capaci di generare flussi di cassa periodici. Non si tratta più soltanto di accumulare capitale nel lungo periodo, ma di costruire entrate aggiuntive che possano contribuire concretamente alla gestione delle spese quotidiane, aumentate a causa dell’inflazione.
È proprio in questa logica che si inseriscono i certificati di investimento, in particolare quelli a cedola elevata. Questi strumenti derivati, emessi da istituzioni finanziarie, permettono di ottenere rendimenti potenziali interessanti, quelli dei certificate attualmente consigliati sono compresi tra l’8% e il 12% annuo, con una caratteristica particolarmente rilevante: la distribuzione periodica delle cedole, su base mensile. Questo aspetto li rende assimilabili, per certi versi, a una “rendita finanziaria”, utile per integrare il reddito.
Un elemento distintivo dei certificati è la presenza delle cosiddette barriere di protezione. Si tratta di livelli prefissati –tra il -40% e il -60% rispetto al valore iniziale del sottostante – che offrono una certa tolleranza alle oscillazioni di mercato. In pratica, finché il prezzo degli asset sottostanti (azioni, indici, ecc.) non scende oltre questa soglia alla scadenza, il capitale investito può essere rimborsato integralmente, anche in presenza di ribassi significativi. Questo meccanismo introduce una componente difensiva che li rende interessanti in scenari di volatilità o in fasi di mercato incerte.
L’integrazione di certificati in portafoglio risponde quindi a un obiettivo preciso: trasformare una parte del capitale investito in una fonte di reddito periodico. Questo approccio è sempre utile e valido, ma assume particolarmente enfasi in fasi inflattive, perché permette di compensare – almeno in parte – l’aumento del costo della vita senza dover necessariamente disinvestire o intaccare il capitale principale.
È importante, tuttavia, considerare questi strumenti all’interno di una strategia più ampia. I certificati occupano infatti la quota “extra-portafoglio” (puoi approfondire qui), da affiancare al nucleo principale dei tuoi investimenti – di cui ti parliamo qui.