Poi il mondo è cambiato, le carrozze sono diventate più aperte e luminose e quei vagoni si sono piano piano avviati alla demolizione. È la stessa parabola delle vecchie azioni di risparmio, quelle che promettevano dividendi più alti in cambio della rinuncia a un voto di peso in assemblea. La recente decisione di Telecom Italia di convertirle in azioni ordinarie è un altro passo verso la loro uscita di scena. Le azioni di risparmio nascevano in un’epoca in cui le imprese cercavano capitale senza diluire il controllo e gli investitori accettavano di rinunciare al voto in cambio di dividendi maggiorati. Oggi quel compromesso non regge più. I dividendi non sono garantiti e il mercato penalizza strutture azionarie complesse con scarsa liquidità. Il caso Telecom è emblematico. Il rapporto di prezzo tra risparmio e ordinarie rifletteva soprattutto un’aspettativa: il ritorno di un “maxi dividendo” arretrato. Ma l’operazione di conversione chiude quella finestra prima ancora che possa aprirsi. Dal punto di vista della società, la mossa è coerente: semplifica il capitale, rende la società più allineata agli standard internazionali. Dal punto di vista degli azionisti, certifica una verità scomoda: un privilegio formale, senza potere e senza certezza economica, vale poco. Il messaggio per il mercato è chiaro, il capitalismo quotato di oggi viaggia su carrozze aperte: trasparenza, liquidità, un’azione un voto. I vecchi scompartimenti di prima classe restano fermi sul binario: eleganti, ma vuoti e pronti per la demolizione.
Alessandro Sessa
Direttore responsabile Investi