Le tensioni con l’Iran han spinto il prezzo del Brent (una qualità di petrolio usata come indice di riferimento) da 70 verso gli 80 dollari al barile. Quando si parla di guerra e di stretto di Hormuz, dove transita circa un quinto della produzione mondiale, il mercato dà subito un prezzo al rischio. E tende a includere non solo lo scenario probabile, ma anche quello estremo, come se l’interruzione delle forniture fosse già una certezza. Eppure, il quadro è più articolato. Meno del 10% del petrolio che attraversa quello stretto è destinato all’Europa, mentre gli Usa sono autosufficienti. L’area più esposta resta l’Asia, con Cina e India in prima linea. In caso di interruzioni prolungate, parte degli acquisti di materia prima potrebbe riorientarsi verso altri produttori, mentre l’OPEC avrebbe margini per aumentare l’offerta. Anche paesi come Venezuela, Guyana e Libia stanno rafforzando la capacità produttiva, contribuendo a mantenere il mercato ben approvvigionato. Il mercato petrolifero è globale e, nel medio periodo, tende a trovare nuovi equilibri tra domanda e offerta: questo non significa sottovalutare la gravità del momento, ma distinguere tra shock immediato e impatto strutturale sull’economia. Una parte dell’aumento attuale delle quotazioni riflette un rischio reale, un’altra è premio per l’incertezza. I mercati reagiscono alla narrazione e alla paura prima ancora che ai dati consolidati. Con il tempo, però, l’eco si attenua e restano i fondamentali. Anche nelle fasi di tensione, è questa la prospettiva che dovrebbe guidare le scelte di investimento.
Alessandro Sessa
Direttore responsabile Investi