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Data di pubblicazione 29 maggio 2026

Noi fermi, gli altri corrono

Il Fondo monetario internazionale è tornato di recente a fotografare l’Italia e, a ben vedere, nella diagnosi non c’è quasi nulla di nuovo sotto il sole: crescita debole, produttività stagnante, debito pubblico elevato, popolazione che invecchia, partecipazione al lavoro ancora insufficiente, soprattutto tra donne e giovani. 

È il copione che il Paese conosce da almeno trent’anni. Sì, c’è qualche miglioramento nei conti pubblici, alcune riforme annunciate, qualche occasione legata agli investimenti europei. Ma la capacità strutturale di crescita resta modesta. Secondo l’Fmi, il Pil italiano dovrebbe crescere di appena lo 0,5% nel 2026 e nel 2027. Sono numeri che raccontano un’economia solida in alcuni suoi pezzi, ma incapace di cambiare passo. Anche il sistema bancario appare più robusto rispetto al passato e il deficit è rientrato, ma il debito resta molto alto e lascia poco spazio agli errori. In questo contesto, la raccomandazione implicita per il risparmiatore è chiara: non basta affidarsi al “sistema Italia” per far crescere il proprio patrimonio nel tempo. Proprio perché l’economia di casa nostra resta intrappolata in una crescita anemica, diventa fondamentale diversificare a livello mondiale. Investire solo o soprattutto in Italia significa concentrare il portafoglio in un’area che da decenni fatica a generare dinamismo. Esporsi ai mercati globali, invece, consente di “estrarre” crescita dalle economie e dalle imprese più innovative e produttive, ovunque siano. È la logica alla base delle tre strategie di portafoglio che vi consigliamo: ridurre il rischio specifico del Paese e partecipare alla crescita mondiale. Sotto il sole italiano, dunque, il paesaggio cambia poco. Altrove corre veloce. Per l’investitore, guardare oltre i confini è una necessità. 

Alessandro Sessa

Direttore responsabile Investi