Nel primo trimestre del 2026 l'economia cinese ha sorpreso al rialzo, registrando una crescita del PIL del 5% anno su anno — il ritmo più elevato degli ultimi tre trimestri — nonostante il contesto geopolitico destabilizzante generato dalla guerra in Iran. Il dato trimestrale, pari a +1,3% rispetto ai tre mesi precedenti, ha confermato una tenuta strutturale che molti osservatori non si attendevano, alimentata soprattutto dalla forza del comparto manifatturiero e delle esportazioni.
La produzione industriale è cresciuta del 5,7% a marzo, mentre l'export ha segnato un balzo del 15% sull'intero trimestre, trainato in modo particolare dai settori ad alta tecnologia: i robot industriali hanno registrato un incremento del 33%, i semiconduttori del 24%, e i circuiti integrati addirittura del 78% nel trimestre. Il boom dell'intelligenza artificiale e la riduzione parziale dei dazi statunitensi — favorita da una sentenza della Corte Suprema americana nel febbraio scorso — hanno contribuito a sostenere questa dinamica, con le vendite estere di auto elettriche che sono raddoppiate nel solo mese di marzo.
Eppure, dietro questo quadro apparentemente positivo si nascondono squilibri significativi che continuano a preoccupare. La domanda interna rimane il vero punto debole del sistema: le vendite al dettaglio sono cresciute di appena l'1,7% a marzo, mentre la spesa pro capite delle famiglie ha registrato il tasso di crescita reale più basso dal 2022, fermandosi al 2,6%. I consumi durevoli — auto, mobili, elettrodomestici — sono in netto calo, segnale che la fiducia delle famiglie stenta a consolidarsi. Il mercato immobiliare, dal canto suo, continua la sua lunga contrazione con investimenti in caduta dell'11,2%, mentre gli investimenti privati hanno registrato per la prima volta una flessione al di fuori del periodo Covid. La disoccupazione urbana è salita al 5,4%, il livello più alto da un anno, aumentando le pressioni sui decisori politici affinché intervengano con misure di stimolo mirate.
Sul fronte dei prezzi, si segnala un dato di rilievo: a marzo i prezzi alla produzione sono tornati in territorio positivo per la prima volta dal 2022, ponendo fine a oltre tre anni di deflazione industriale. Un segnale di normalizzazione che potrebbe, se confermato nei mesi successivi, alleggerire parte delle pressioni sui margini delle imprese manifatturiere.
La guerra in Iran ha avuto finora un impatto limitato sull'economia cinese, grazie al rafforzamento della sicurezza energetica costruito negli anni precedenti. Tuttavia, alcuni effetti si iniziano a percepire: la produzione di petrolio raffinato è scesa del 2,2% a marzo, e l'andamento dell'export mensile — cresciuto di appena il 2,5% a marzo contro il quasi 40% di febbraio — riflette anche le prime conseguenze indirette sui flussi commerciali globali, sebbene il rallentamento sia in larga parte spiegabile con fattori stagionali legati al calendario del Capodanno Lunare e a un effetto base sfavorevole rispetto al marzo 2025. Paradossalmente, la guerra potrebbe anche creare opportunità per la Cina, la cui green tech e i cui veicoli elettrici beneficiano di una crescente domanda globale in risposta all'aumento dei prezzi energetici.
Sul mercato valutario, lo yuan ha beneficiato nel periodo recente di uno status di relativo bene rifugio, salendo ai massimi degli ultimi tre anni. Tuttavia, a marzo la domanda di valuta estera in Cina ha toccato un record storico: 257,64 miliardi di dollari di acquisti da parte di istituzioni, imprese e privati — il valore più elevato dall'inizio delle serie storiche della SAFE nel 2010. I pagamenti transfrontalieri hanno anch'essi raggiunto un massimo a 855,9 miliardi di dollari, e gli investimenti in titoli esteri (382,5 miliardi) hanno superato gli afflussi di capitale (329,3 miliardi). Questo dato suggerisce un riposizionamento strutturale dei flussi verso il dollaro, che riduce lo spazio per un ulteriore apprezzamento dello yuan. La Banca Popolare Cinese, dal canto suo, sta smontando alcune misure difensive introdotte in passato, adottando un orientamento più neutrale che contribuisce a moderare la velocità di rivalutazione della valuta senza però invertirne la traiettoria.
Il quadro complessivo che emerge è quello di un'economia ancora capace di crescere a ritmi sostenuti, ma che presenta una struttura sempre più sbilanciata: un'offerta industriale e tecnologica di prim'ordine a livello globale, con una domanda interna che fatica a tenere il passo. La sfida dei prossimi trimestri sarà proprio quella di colmare questo divario, in un contesto geopolitico che resta incerto e in un mercato globale che si muove sempre più rapidamente verso la transizione energetica e digitale — due aree in cui la Cina, al momento, sembra ben posizionata.