La Federal Reserve ha deciso di mantenere invariati i tassi di interesse tra il 3,5%–3,75%, ma il voto (8 favorevoli e 4 contrari) ha messo in luce una profonda divisione interna sul futuro della politica monetaria. Tre presidenti di banche regionali hanno sostenuto la pausa sui tassi, ma hanno contestato l’inclusione di un orientamento accomodante nel comunicato; un governatore, invece, ha votato per un taglio immediato dello 0,25%. È la prima volta dal 1992 che si registrano quattro dissensi in un’unica decisione del Fed.
Nel suo ultimo intervento da presidente della Fed, Jerome Powell ha annunciato che resterà nel novero dei membri del comitato decisionale anche dopo la fine del mandato da governatore (15 maggio), rompendo con la tradizione di dimissioni totali. Powell ha spiegato che rimarrà fino alla conclusione definitiva di una controversa indagine giudiziaria sulla Fed e ha promesso di mantenere un profilo basso, senza interferire con il futuro presidente, Kevin Warsh, la cui nomina sta avanzando al Senato.
Sul piano macroeconomico, la Fed riconosce un livello di incertezza elevato, aggravato dal conflitto in Medio Oriente e dall’aumento dei prezzi dell’energia, che alimenta pressioni inflazionistiche. Il mercato del lavoro appare fragile: la disoccupazione è stabile, ma la crescita dell’occupazione è quasi nulla. I mercati hanno reagito in modo restrittivo, con rendimenti a breve termine e dollaro in rialzo, segnalando che una parte degli investitori vede ora meno probabilità di tagli imminenti e una Fed più vicina a una posizione neutrale.