La guerra in Medio Oriente, con la conseguente impennata del petrolio, ha riacceso in modo significativo le pressioni inflazionistiche e rischia anche di far deragliare l'attività economica. Questo scenario di inflazione elevata e crescita stagnante è un incubo per le autorità monetarie e i governi e, se si dovesse verificare, rappresenterebbe una pessima notizia anche per gli investitori.
LO SCENARIO PEGGIORE
Per molto tempo la teoria economica aveva escluso lo scenario di un’inflazione elevata accompagnata da un’attività economica stagnante. Secondo la scuola di pensiero dominante, un'impennata dei prezzi poteva verificarsi solo durante periodi di forte crescita.
Durante il primo shock petrolifero del 1973, accadde, però, l'impensabile. Per protestare contro il sostegno militare statunitense a Israele, in guerra con Egitto e Siria, i Paesi arabi decisero di aumentare i prezzi del petrolio e ridurre le esportazioni. In poche settimane, il prezzo del greggio balzò così da 3 a 18 dollari al barile. I prezzi al consumo salirono, quindi, alle stelle e l'attività economica si arrestò nei Paesi industrializzati. Dalla contrazione di stagnazione e di inflazione, fu coniato così il termine stagnazione.
Le autorità temono la stagflazione perché non esiste una soluzione per uscirne facilmente. È, infatti, impossibile per le Banche centrali combattere l'impennata dei prezzi e sostenere, al contempo, l'attività economica. E anche le autorità politiche non sono meglio attrezzate per affrontare la stagflazione. Anche solo attenuare l'aumento vertiginoso dei prezzi per consumatori e imprese comporta, infatti, una spesa di bilancio esorbitante, proprio mentre le entrate fiscali crollano a causa del rallentamento economico.
TRA SOMIGLIANZE E DIFFERENZE CON IL PASSATO
L'attuale situazione in Medio Oriente presenta delle analogie con lo shock petrolifero del 1973: una guerra regionale sta riducendo le esportazioni di energia e causando un'impennata dei prezzi del petrolio. E visto che le stesse cause producono gli stessi effetti, l'attività economica è già rallentata in tutto il mondo e l'inflazione è schizzata alle stelle a marzo.
La situazione attuale presenta, però, anche delle differenze significative rispetto a quella del 1973. Per quanto drammatico possa apparire, l'attuale aumento dei prezzi del petrolio non ha niente a che vedere con quello di 53 anni fa.
Negli ultimi decenni, l'intensità energetica delle economie sviluppate si è ridotta, infatti, drasticamente: dal 2005, ad esempio, il consumo energetico pro capite nell'Unione europea è diminuito del 25%. Di conseguenza, le fluttuazioni dei prezzi del petrolio hanno oggi un impatto minore sui prezzi e sull'attività economica.
E anche con l'ultimo shock energetico del 2022, successivo all'invasione russa dell'Ucraina, la crisi attuale presenta più differenze che similitudini. Quattro anni fa, l'economia globale si trovava in una fase di ripresa post-Covid. La domanda delle famiglie era forte e la carenza di manodopera spingeva al rialzo i salari. Oggi, invece, prima del conflitto in Iran, l'economia era in rallentamento e l'inflazione in calo.
PRUDENZA E ATTENDISMO
Durante i precedenti shock petroliferi, le autorità sono intervenute per sostenere l'attività economica. Ma questi interventi si sono spesso rivelati controproducenti. Seguendo le politiche del "costi quel costi" degli anni del Covid, i governi europei hanno speso ingenti somme per attutire lo shock energetico del 2022. Tutto ciò ha, però, danneggiato gravemente le finanze pubbliche senza riuscire ad impedire un’impennata dei prezzi. Del resto, anche negli anni '70 l'improvviso allentamento monetario della Fed causò un'impennata dell'inflazione negli Stati Uniti pari, se non superiore, a quella provocata dallo shock petrolifero iniziale.
A rendere inevitabilmente imperfetti gli interventi delle autorità è la durata intrinsecamente imprevedibile degli shock petroliferi. Se i prezzi dell'energia restano elevati solo per alcuni mesi causano, infatti, solo perturbazioni momentanee e non richiedono quindi risposte monetarie e fiscali. Se, invece, una crisi petrolifera si protrae per diversi anni esaurisce rapidamente le risorse finanziarie di un governo, che desidera intervenire, e rischia di minare la credibilità di una Banca centrale che sostiene l'attività economica anziché combattere l'inflazione.
In mancanza di visibilità, è quindi fondamentale saper attendere prima di reagire in modo eccessivo. E ciò che vale per le Banche centrali e i governi vale anche per gli investitori.