Crescita solida, ma su basi fragili
La crescita giapponese non ha subito rallentamenti nel primo trimestre 2026: con un +0,5% sul trimestre precedente e +2,1% su base annua, l'arcipelago ha persino registrato una lieve accelerazione dell'attività economica. Un risultato tutt'altro che scontato, considerando la forte dipendenza del Paese dal Medio Oriente per l'approvvigionamento energetico e l'impatto della chiusura dello Stretto di Hormuz. A preservare la stabilità sono state le ingenti riserve strategiche nipponiche, tra le più cospicue al mondo: Tokyo ha dapprima immesso sul mercato 30 giorni di scorte, seguiti da ulteriori 20 giorni all'inizio di maggio. Al contempo, ha avviato una diversificazione delle fonti di approvvigionamento, evitando le rotte che transitano per lo Stretto. Con circa 200 giorni di riserve ancora disponibili, il Giappone può guadagnare ancora qualche mese di respiro.
Conti pubblici sotto pressione
Sul fronte fiscale il quadro è meno rassicurante. Il deficit di bilancio è atteso tra il 4,5% e il 5% nel 2026, in netto peggioramento rispetto al 3% del 2025. I tetti sui prezzi dei combustibili, le misure di sostegno alle famiglie sulle bollette di gas ed elettricità e la crescita delle spese per la difesa rischiano di aggravare ulteriormente il quadro. Nel frattempo, il rendimento del decennale giapponese ha raggiunto i dintorni del 2,8%, trasformando il debito pubblico in un onere sempre più pesante per il Tesoro. Lo spazio di manovra di Tokyo si restringe e le prospettive dell'economia non appaiono incoraggianti.
Inflazione in calo, ma per ragioni artificiali
A complicare il quadro macro si aggiunge la dinamica dei prezzi. L'inflazione giapponese sta rallentando ai minimi da quattro anni, rendendo più difficile per la Banca del Giappone (BoJ) giustificare un rialzo dei tassi nel breve periodo. L’inflazione core (al netto degli alimentari freschi) si è attestata a +1,4% su base annua ad aprile, inferiore alle attese, mentre l’inflazione core senza energia ha segnato +1,9%, anch'essa sotto le previsioni. L'inflazione dei servizi ha rallentato allo 0,9%. Il calo dei prezzi, tuttavia, non riflette una debolezza strutturale della domanda: è in larga parte il risultato di interventi governativi — sussidi energetici e misure di contenimento del costo della vita — e di fattori temporanei come la normalizzazione dei prezzi alimentari (in particolare il riso, dopo i forti rincari del 2025). Le aziende continuano a trasferire i costi più elevati ai consumatori, e i prezzi energetici globali, anche per le tensioni geopolitiche, restano un rischio di rialzo. L'inflazione potrebbe dunque risalire nei mesi a venire. La BoJ si trova così a navigare in acque incerte, divisa tra la necessità di sostenere la crescita, controllare l'inflazione e stabilizzare la valuta.
Lo yen: debole strutturalmente, non solo congiunturalmente
Proprio la debolezza dello yen rappresenta uno dei nodi irrisolti della situazione giapponese. Tra fine aprile e inizio maggio 2026, Tokyo ha speso fino a circa 10 trilioni di yen (circa 63 miliardi di dollari) per sostenere la valuta attraverso interventi sul mercato dei cambi, ma gli effetti si sono già esauriti rapidamente. Lo yen ha superato quota 160 per dollaro — livello critico che ha innescato gli interventi — e resta strutturalmente debole.
Le ragioni sono profonde. Il differenziale dei tassi di interesse tra il Giappone e le altre economie sviluppate — in primis gli Stati Uniti — spinge gli investitori verso valute più remunerative. La politica monetaria della BoJ, prudente e graduale, non ha generato sufficiente fiducia in un'inversione di tendenza: anche con i tassi saliti intorno allo 0,75%, il mercato non ha percepito una svolta strutturale. Si aggiungono l'instabilità politica interna — con il passaggio di leadership da Ishiba a Takaichi e i timori su una politica fiscale più espansiva — e i choc globali: le tensioni geopolitiche, i rincari energetici e i dazi introdotti dagli USA nel 2025 hanno deteriorato ulteriormente la bilancia commerciale e la fiducia nella valuta. Con lo yen intorno a 159 JPY/USD come media di aprile, l'inflazione "importata" esercita una pressione aggiuntiva sul sistema.
Gli interventi valutari possono attenuare movimenti improvvisi, ma non risolvono le cause strutturali della debolezza. Senza rialzi dei tassi più decisi, maggiore stabilità politica e un miglioramento del contesto globale, lo yen rischia di restare vulnerabile. Nel breve, nuovi interventi non sono da escludere, ma la direzione di medio termine rimane incerta.
Conclusione e cosa fare con gli investimenti
Il Giappone si presenta come un'economia resiliente in superficie, ma esposta su più fronti: conti pubblici in deterioramento, inflazione sostenuta da sussidi più che da domanda reale, una valuta strutturalmente debole e una banca centrale costretta a muoversi con estrema cautela. Un quadro che invita alla prudenza sugli investimenti in Giappone: per questo, non consigliamo né le azion, né le obbligazioni.