Negli ultimi anni le polizze vita vengono spesso raccontate come una soluzione “furba” per decidere a chi lasciare i propri soldi dopo la morte. L’idea è semplice: usare l’assicurazione per destinare anche somme importanti a una persona scelta, evitando che quei soldi rientrino nell’eredità da dividere con i familiari. Proprio perché l’indennizzo assicurativo non è considerato formalmente parte dell’eredità, molti pensano che questo strumento permetta di aggirare le regole che tutelano figli e coniuge. Ma questa narrazione è fuorviante: nella pratica, i tribunali non riconoscono queste scorciatoie e le aspettative di chi ci crede rischiano di essere smentite dai fatti.
È vero che, secondo le regole civili, i soldi pagati da una polizza vita al beneficiario non entrano ufficialmente nell’eredità. Ma il sistema successorio italiano protegge in modo molto rigido alcuni familiari stretti – come coniuge e figli – ai quali spetta comunque una parte minima del patrimonio. Questa quota è garantita dalla legge e non può essere eliminata nemmeno dalle scelte fatte dalla persona prima di morire. Per questo, quando una polizza vita viene usata di fatto per svuotare quasi tutto il patrimonio, il punto non è più se quei soldi facciano o no parte dell’eredità, ma se i versamenti fatti in vita abbiano danneggiato i diritti dei familiari che la legge tutela.
Su questo aspetto, nel tempo, le decisioni dei tribunali hanno fatto maggiore chiarezza. I giudici distinguono tra i soldi pagati dall’assicurazione alla fine del contratto, che restano fuori dall’eredità, e i premi versati nel corso degli anni, che sono il vero esborso fatto dalla persona. Se questi versamenti risultano eccessivi rispetto al patrimonio complessivo, possono essere considerati come una donazione fatta in modo indiretto. In questi casi, la legge consente ai familiari tutelati di chiedere che quella scelta venga ridimensionata.
Un esempio concreto arriva da una recente decisione del Tribunale di Sondrio (sentenza n. 131 del 2025). Il giudice ha esaminato una polizza vita sottoscritta da un genitore a favore di un solo figlio e ha stabilito che i premi versati nel tempo andavano considerati come una vera e propria liberalità, cioè un vantaggio economico concesso a quel figlio. Di conseguenza, questi importi dovevano essere presi in considerazione nella divisione dell’eredità. In pratica, i premi sono stati “riaggiunti” al patrimonio del defunto per verificare se fossero state rispettate le quote minime spettanti agli altri eredi. Una volta accertata la violazione, il tribunale ha riconosciuto il diritto del figlio escluso a ottenere quanto gli spettava, obbligando il beneficiario della polizza a versare la somma necessaria.
Questa decisione si inserisce in una linea già segnata dalla Corte di Cassazione. Nella sentenza 3263 del 19 febbraio 2016, la Corte ha chiarito che indicare un beneficiario in una polizza vita può, in alcuni casi, equivalere a una donazione mascherata. Succede quando risulta evidente l’intenzione di trasferire gratuitamente un vantaggio economico a qualcuno attraverso il pagamento dei premi. Secondo la Cassazione, quindi, non conta tanto la forma assicurativa dell’operazione, quanto il suo effetto concreto: la riduzione del patrimonio di chi paga i premi a beneficio della persona designata.
La Cassazione ha inoltre precisato che, in situazioni come queste, non sono i soldi pagati dall’assicurazione a dover essere rimessi in discussione, ma i premi versati nel tempo. Sono infatti questi importi a rappresentare il vero sacrificio economico sostenuto in vita dalla persona. Ed è proprio su queste somme che i familiari tutelati dalla legge possono basare la richiesta di ottenere la parte di patrimonio che spetta loro.
Alla luce di questo orientamento, è evidente che la polizza vita non è uno strumento “a prova di eredi”. Può essere usata legittimamente per tutelare il futuro o offrire una protezione economica, ma diventa fragile quando viene sfruttata soprattutto per aggirare le regole sull’eredità. In questi casi il rischio di una causa non è affatto teorico e, come mostrano le decisioni dei tribunali, spesso l’esito premia gli eredi penalizzati.
La conclusione è chiara: affidarsi a una polizza vita per sistemare le questioni ereditarie può finire per complicarle. La pianificazione del patrimonio richiede equilibrio, scelte proporzionate e rispetto delle regole. Le scorciatoie, anche quando appaiono sofisticate, difficilmente resistono al controllo dei tribunali.