Criptovalute, perché gennaio 2026 è un mese delicato (anche senza guardare i prezzi)
All’inizio del 2026 il mondo delle criptovalute si trova di nuovo sospeso tra politica, regole e decisioni di politica monetaria.
All’inizio del 2026 il mondo delle criptovalute si trova di nuovo sospeso tra politica, regole e decisioni di politica monetaria.
Non è una novità: da anni il settore vive più di annunci e aspettative che di certezze. Ma gennaio concentra alcuni nodi che meritano attenzione, soprattutto dal punto di vista dei consumatori, perché riguardano la stabilità del sistema e le regole che lo governano, non le oscillazioni quotidiane dei prezzi.
Il primo fattore di incertezza è il ritorno del rischio di uno shutdown del governo federale statunitense. Non si tratta di un allarme teorico. Solo pochi mesi fa, tra ottobre e novembre 2025, gli Stati Uniti hanno già vissuto un blocco prolungato delle attività federali, causato dall’incapacità del Congresso di approvare in tempo le leggi di bilancio. Quell’episodio ha mostrato quanto fragile sia diventato il processo decisionale in un contesto politico fortemente polarizzato.
Oggi lo schema si ripete. Una parte rilevante dei finanziamenti pubblici scade a fine gennaio 2026 e, se non verrà trovata un’intesa o almeno una proroga temporanea, il rischio di una nuova chiusura parziale del governo è concreto. Alcuni provvedimenti tampone sono stati approvati, ma il quadro resta incompleto. Per i mercati finanziari, criptovalute comprese, questo significa maggiore incertezza. Non perché uno shutdown “decida” il valore di Bitcoin o simili, ma perché alimenta instabilità macroeconomica e può rallentare l’attività delle autorità di vigilanza (già è successo lo scorso autunno). In un settore già poco trasparente, ogni rallentamento istituzionale rende ancora più difficile per i cittadini capire chi controlla cosa e con quali strumenti.
Il secondo tema chiave è la regolamentazione. Negli Stati Uniti è in corso l’iter del cosiddetto CLARITY Act, una legge che mira a chiarire finalmente chi deve vigilare sui mercati delle criptovalute e secondo quali criteri. Oggi, infatti, molte incertezze derivano dal conflitto tra due autorità: la SEC, che regola i titoli finanziari, e la CFTC, che supervisiona i mercati delle materie prime. A seconda di come viene classificato un asset digitale, cambiano radicalmente le regole, gli obblighi per gli intermediari e le tutele per gli utenti.
Il CLARITY Act nasce proprio per ridurre questa ambiguità. L’idea è definire meglio cosa sia una “commodity digitale” e cosa invece rientri nella categoria dei titoli finanziari, assegnando competenze più chiare alle autorità e riducendo il ricorso alla regolazione tramite cause legali. Durante la “Crypto Week” dell’estate 2025, il Congresso ha presentato questa legge come il complemento strutturale del GENIUS Act, che nel frattempo è diventato legge e ha introdotto regole stringenti per le stablecoin. Se il GENIUS Act ha messo paletti sulla creazione di dollari digitali privati, il CLARITY Act punta a disciplinare il mercato in cui questi strumenti vengono scambiati.
Per i risparmiatori, il punto non è se questa legge favorirà o meno i mercati, ma se porterà maggiore chiarezza e responsabilità. Una regolazione più definita può ridurre lo spazio per operatori opachi e pratiche commerciali aggressive, ma non elimina il rischio intrinseco delle cripto-attività. Inoltre, il percorso legislativo non è concluso: il passaggio al Senato resta complesso e soggetto a modifiche, ritardi e compromessi politici.
Il terzo elemento riguarda la Federal Reserve e la liquidità. Dopo i tagli dei tassi del 2025, l’inizio del 2026 si presenta con un atteggiamento più prudente da parte della banca centrale. Anche senza entrare nel dettaglio delle decisioni sui tassi, è importante ricordare che le criptovalute sono particolarmente sensibili al contesto monetario. Quando il credito diventa più costoso e la liquidità si riduce, gli asset più rischiosi tendono a soffrire, e viceversa. Tra l’altro su questo fronte c’è pure il problema che da qui a pochi mesi scadrò il mandato di Powell, e questo sarà un ulteriore fattore di rischio e instabilità.
A questo si aggiunge un aspetto di cui abbiamo parlato in passato: il ruolo crescente delle stablecoin come acquirenti di debito pubblico americano. Con l’aumento delle riserve in titoli di Stato detenute da questi operatori, il confine tra finanza tradizionale e finanza cripto si fa sempre più sottile. Questo rafforza l’interdipendenza tra i due mondi, ma crea anche nuove vulnerabilità: una crisi di fiducia nel settore cripto potrebbe avere effetti a catena sui mercati obbligazionari, complicando ulteriormente il lavoro della Federal Reserve.
Nel loro insieme, questi tre fattori spiegano perché gennaio 2026 sia un mese delicato per le criptovalute, anche senza guardare ai grafici. Il rischio di uno shutdown, un cantiere normativo ancora aperto e un contesto monetario meno favorevole non sono elementi marginali: incidono sulla stabilità del sistema.
Come sempre, vale la pena ricordare che maggiore regolazione e maggiore integrazione con la finanza tradizionale non trasformano automaticamente le criptovalute in strumenti adatti al “buon padre di famiglia”. La volatilità resta elevata e i rischi non scompaiono. Capire il contesto politico ed economico serve proprio a questo: non a inseguire promesse di rendimento, ma a valutare con maggiore consapevolezza dove finiscono le opportunità e dove iniziano i rischi.