Quando una “moneta stabile” perde tutto…
Quanto successo di recente in Australia ci aiuta a focalizzarci su alcuni temi importanti da conoscere quando si investe in criptovalute.
Quanto successo di recente in Australia ci aiuta a focalizzarci su alcuni temi importanti da conoscere quando si investe in criptovalute.
Negli ultimi mesi è emersa una notizia che ha fatto discutere molto chi segue il mondo delle criptovalute, ma che riguarda da vicino anche persone comuni, famiglie e risparmiatori. In Australia, un fondo di investimento chiamato New Vista Fund ha perso più del 90% dei soldi affidati dai clienti. La cosa che ha colpito di più è che questi soldi erano investiti soprattutto in stablecoin, cioè criptovalute pensate per avere un valore stabile, di solito legato al dollaro americano.
In pratica, agli investitori era stato detto che il fondo teneva i soldi in strumenti “tranquilli”, non troppo diversi, come idea, da un fondo di liquidità o da un parcheggio temporaneo del denaro. Quando però è arrivato il momento di restituire i soldi, il fondo ha comunicato che gran parte del capitale era sparita. I gestori hanno parlato di un “evento cigno nero”, cioè di un fatto rarissimo e imprevedibile che avrebbe travolto il mercato.
Le autorità australiane hanno aperto un’indagine per capire se tutto è stato fatto nel rispetto delle regole. Nel frattempo, il fondo è finito in amministrazione e si parla di possibile liquidazione. Per molti investitori, questo significa che recuperare i propri soldi sarà molto difficile.
Le domande che questo caso solleva: com’è possibile che crolli una stablecoin?
A questo punto è normale porsi alcune domande molto semplici, che si farebbe qualsiasi padre o madre di famiglia. La prima è: come fa una stablecoin a perdere il 90% del valore?
Una stablecoin, per definizione, dovrebbe restare stabile. Se è agganciata al dollaro, un’unità dovrebbe valere più o meno sempre un dollaro. Non è fatta per salire o scendere come il Bitcoin. È vero che in passato c’è stato il caso di Terra (UST), una stablecoin crollata completamente. Ma Terra funzionava in modo diverso: non era sostenuta da veri dollari o titoli sicuri, ma da meccanismi automatici e molto fragili. Le stablecoin più diffuse oggi, come USDT o USDC, sono invece (almeno sulla carta) sostenute da riserve reali. Per questo il paragone con Terra non convince fino in fondo.
La seconda domanda è ancora più importante: se il fondo teneva solo stablecoin, dove sono finiti i soldi? Perché anche se una stablecoin avesse dei problemi temporanei, una perdita del 90% è qualcosa di estremo, che non si spiega facilmente. Ed è qui che nasce il sospetto: forse il problema non era la stablecoin in sé, ma quello che il fondo faceva davvero con quelle stablecoin.
Le possibili risposte (sono ipotesi, ma utili per capire il problema)
Non avendo ancora tutte le risposte ufficiali, possiamo solo ragionare per ipotesi, usando il buon senso. Non importa che poi siano le spiegazioni vere, è successo in Australia, non siamo coinvolti in Italia, ma importa che aiutino a fare da caso scuola per capire i possibili problemi.
Prima ipotesi: il fondo non si limitava a “tenere ferme” le stablecoin. È possibile che le usasse come garanzia per fare operazioni più rischiose: prestiti, scommesse sui prezzi, operazioni con leva. In questo caso, la stablecoin è solo il punto di partenza, ma il rischio vero sta nelle operazioni fatte sopra.
Seconda ipotesi: il fondo operava su piattaforme di scambio che, in caso di movimenti bruschi del mercato, liquidano automaticamente le posizioni. Se il mercato scende velocemente e tu sei molto esposto, il sistema può chiudere tutto in perdita in pochi minuti. Anche qui, non è la stablecoin a crollare, ma l’operazione costruita sopra di essa.
Terza ipotesi: la comunicazione verso gli investitori non era chiara. Forse il fondo è stato presentato come prudente e sicuro, mentre in realtà seguiva strategie aggressive. In questo caso il problema non è solo finanziario, ma anche di trasparenza.
In tutte queste ipotesi, parlare di “cigno nero” è discutibile. Un vero cigno nero è qualcosa che nessuno poteva immaginare. Usare strumenti rischiosi, invece, significa accettare che prima o poi qualcosa vada storto.
Considerazioni finali utili per i risparmiatori: attenzione ai caveat
Questo caso lascia alcuni insegnamenti molto importanti per chi investe, anche piccole somme.
Il primo è che “stable” non significa sempre “senza rischio”. Dipende dal contesto in cui sono usate. Se qualcuno promette rendimenti o usa le stablecoin per fare profitti, allora sta già facendo qualcosa che va oltre la semplice conservazione del denaro.
Il secondo è che bisogna sempre chiedersi come vengono davvero usati i soldi. Non basta sapere in cosa si investe, ma anche cosa viene fatto con quell’investimento da chi lo gestisce.
Il terzo è che parole come “evento eccezionale” o “cigno nero” vanno prese con cautela. A volte servono a spiegare l’imprevedibile, altre volte servono a giustificare scelte sbagliate.
Per un risparmiatore comune, la regola resta una: se qualcosa sembra troppo complesso da capire, o troppo bello per essere vero, forse non è adatto ai risparmi di una famiglia. La prudenza, soprattutto quando si parla di soldi messi da parte con fatica, non è mai troppa.